Stare in relazione: affermazione della libertà o separazione dall’altro

Marilena Menditto nel suo libro ” Realizzazione di sè e sicurezza interiore” (2006, 83) sottolinea l’importanza delle modalità relazionali nella costruzione del Sè, e considera responsabili di tali formazioni il principio relazionale e il principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro. Il principio relazionale, rappresentato dalla madre e dalla capacità di innescare uno stile di attaccamento con attenzione all’affettività e al legame, attiva una modalità affettiva che mette in figura in particolar modo l’area della relazione intesa come accoglienza, protezione, legame, calore, soddisfazione del bisogno. Si caratterizza per la valorizzazione di comportamenti che favoriscono l’appartenenza, considerata come fonte di sicurezza e di possesso. Tale principio tende a dar vita ad una relazione simile a quella della primissima infanzia che vede il bambino dominato da sentimenti di onnipotenza primaria ( Winnicott, 1970): il bambino, durante i primi mesi di vita, forma una totalità indistinta con la madre, non ha ancora acquisito un senso di differenziazione da lei e dalla realtà esterna, lui è il mondo e il mondo è tutto nelle sue braccia. In questa situazione la madre alimenta l’onnipotenza rispondendo prontamente ai bisogni del bambino nel momento in cui essi insorgono ( es. se il bambino ha fame, la madre “sente” tale esigenza e pone il seno; il bambino esperirà la fantasia di aver creato lui stesso il seno). L’intensità di tale rapporto può essere talmente forte, confusivo che crea l’illusione che la vita non sia là fuori nel mondo, ma solo all’interno di quel legame. Alla funzione materna di costruzione e mantenimento di uno spazio affettivo, di soddisfacimento dei bisogni si affianca la funzione paterna, che pone dei limiti e spinge il figlio all’esplorazione. Il padre è colui che provoca la prima ferita, interrompendo la relazione madre-bambino basata sulla confluenza, proponendo una direzione e una prospettiva.

Principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro
Il principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro è la modalità relazionale che caratterizza lo stile paterno, tende alla rottura delle situazioni di equilibrio e di stasi, spinge l’individuo all’affermazione di sè stessi e della propria autonomia. E’ legato al bisogno di superare gli ostacoli, riuscire, scegliere, marcare la differenza. E’ una modalità relazionale che si caratterizza per la valorizzazione di comportamenti che favoriscono la differenziazione. Nel ciclo di relazione (fig.1) corrisponde alla fase in cui l’individuo dopo aver completato un’esperienza che vede soddisfatto il proprio bisogno, la simbolizza e la assimila all’interno del proprio confine di contatto, includendola nella propria identità, in modo stabile e persistente. L’intersoggettività dell’identità vede i due principi antagonisti nella costruzione interiore di un IO e un TU. Il tu è altro, colui che è diverso da me, rappresenta il confine, il limite e la norma. Ogni volta che esploriamo l’ambiente, percepiamo e ci scontriamo con la soggettivià altrui. Nel Ciclo di Relazione, i due principi regolatori sono interconnessi, momenti di attaccamento e relazione si alternano a momenti di separazione ed eplorazione, nell’incessante bisogno di affermare se stessi senza perdere il legame con l’altro.

Il padre ricopre nella strutturazione della personalità un ruolo complementare a quello materno, le ricerche più recenti sottolineano l’importanza della figura paterna come elemento di integrazione psichica del bambino fin dalla nascita. La percezione e l’assimilazione delle due modalità relazionali ed emotive, quella materna e quella paterna, permette al bambino di differenziare e integrare la propria immagine emotiva e confrontarsi con l’altro diverso da sè. Se manca il padre o la sua rappresentazione, manca lo scambio e il confronto sulla visone della vita, e conseguentemente la persona non sviluppa l’allenamento alla capacità di giudizio e di scelta (Menditto, 2006, 83). Molti studiosi di scienze sociali denunciano l’assenza della figura paterna tradizionale, detentore del carattere normativo dell’istituzione familiare, ma i padri continuano ad esserci in modo diverso, e i ragazzi della III E, dell’Istituto comprensivo Largo Oriani di Roma, attraverso il questionario “Noi e i Grandi”, provano a descrivere il ruolo dei loro genitori.

Noi e i Grandi
Il questionario “Noi e i Grandi”, elaborato da tutta la classe III E, dell’Istituto comprensivo Largo Oriani di Roma, è composto da 22 domande a risposta aperta. Si pone l’obiettivo di descrivere l’immagine e il ruolo dei genitori moderni, delle maestre e la percezione di adeguatezza della struttura scolastica. Ci rimanda la percezione che i ragazzi hanno dei loro genitori e maestre. Il principio relazionale e il principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro sono associati rispettivamente alle dimensioni gradevolezza ( altruismo, accoglienza, prendersi cura, dare supporto emotivo) e coscienziosità ( competenza, ordine, senso del dovere, impegno). I termini coscienziosità, gradevolezza, ostilità fanno riferimento alle cinque dimensioni fondamentali utilizzate dal “BFQ” (BFQ, Caprara et al., 1993) per la descrizione e la valutazione della personalità di ogni individuo.
Dai questionari emerge come la famiglia di appartenenza è percepita come luogo privilegiato di accudimento e di protezione, fonte di affetto e di gratificazioni anche economiche e sociali, sembra superata l’idea tradizionale di famiglia come luogo caratterizzato da uno stile educativo autoritario e normativo e regolata da rigide distinzioni di ruolo. Alla figura materna viene attribuito in particolar modo, la funzione di costruire una relazione con i figli basata sull’accoglienza, protezione, legame, calore, soddisfazione dei bisogni della prole a discapito dei propri, senza farlo pesare. Sorprende come alla domanda ” cosa non ti piace di mamma?” la maggior parte dei bambini preferisce non rispondere, perchè della loro mamma piace tutto, dall’aspetto fisico, al lavoro che svolge, al modo di relazionarsi. La figura paterna si arricchisce di aggettivi che in passato non gli appartenevano. Risulta giocherellone, simpatico, sensibile agli stati d’animo dei loro figli, ma comunque continua a svolgere il ruolo di colui che detta e fa rispettare le regole ed è simbolo della severità.
Se al padre è riconosciuta qualche caratteristica legata all’ostilità, ovvero utilizzo di un linguaggio sgradevole, indifferenza, manifestazione di rabbia, per la madre rimane difficile esprimere aggettivi negativi, e se ci sono si riferiscono all’umore.

Autrice dell’articolo Rosa Attollino, pubblicato nel libro di Antonietta Laporta ” Costruire insieme è possibile”. Il libro è possibile acquistarlo collegandosi al seguente link:
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Il bambino e la coperta di Linus

L’oggetto transizionale
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“Era il giorno della befana, mi ricordo che mi svegliai e trovai nella cameretta delle nuove bambole. Ce n’era una che mi piacque più delle altre, e per tanto tempo è stata la mia compagna di gioco. Se mi fermo a pensare ricordo ancora le sensazioni legate a quella bambola: affetto e sicurezza. Poi, non so esattamente quando, non ne ho più avuto bisogno”. Oggi presumo che quella bambola sia stata il mio oggetto transizionale.

Per Winnicott­ la formazione degli oggetti transizionali fanno parte dello sviluppo evolutivo della persona, rappresenta una tappa evolutiva tra l’onnipotenza allucinatoria, che è tipico nei bambini , e il riconoscimento della realtà oggettiva. L’emergere della persona comporta un movimento da uno stato di onnipotenza illusoria, in cui un bambino tramite le facilitazioni materne, ha la sensazione di creare e di controllare il mondo in cui vive (ogni volta che piange, subito viene soddisfatto un suo bisogno), ad uno stato di percezione obbiettiva, in cui il bambino accetta i limiti dei suoi poteri e diventa consapevole dell’esistenza autonoma degli altri. Il movimento tra questi due stati, soggettività solipsistica e percezione obbiettiva, non è a senso unico, sia i bambini che gli adulti oscillano tra uno stato e l’altro. Le relazioni con oggetti transizionali costituiscono un terzo regno intermedio, di transizione tra questi due mondi, il mondo degli oggetti soggettivi, sui quali si ha il controllo totale , e il mondo degli altri, separati e indipendenti.
L’esperienza transizionale a causa della sua natura ambigua e paradossale, l’oggetto non è ne sotto controllo illusorio, onnipotente, e non fa parte di una realtà oggettiva, aiuta il bambino a negoziare il graduale spostamento dall’esperienza di sè come centro di un mondo totalmente soggettivo, al senso di sè come persona tra altri individui.
Tra il genitore e il bambino si crea un tacito accordo, un non farsi domande sulla natura e sulle origini del suo orsacchiotto, copertina ecc. L’adulto si comporta come se il bambino avesse creato l’oggetto e mantenesse il controllo su di esso, pur riconoscendone anche l’esistenza oggettiva nel mondo delle altre persone. Quando il bambino distrugge l’oggetto transizionale è perché ha cominciato a sperimentarlo come separato da sé, l’oggetto diventa reale.

Qual è la funzione della coperta di Linus?

  • si colloca tra il mondo interiore e quello esteriore e fa da tramite tra questi due mondi;
  • aiuta il bambino a compiere il passaggio fondamentale dalla dipendenza affettiva dalla madre a una primissima forma di indipendenza;
  • rende più sopportabile la separazione dalla mamma;
  • rassicura il bambino, perché il bambino non può esercitare un controllo totale sulla madre, ma può esercitarlo sull’oggetto.

L’esperienza transizionale resta un regno teneramente ricordato e altamente valutato nel corso dell’esperienza adulta sana. E’ qui che possiamo liberare la nostra fantasia, senza preoccuparci nè della logica nè della validità nel mondo reale. Si esprime con la capacità creativa, di giocare con le idee, di aprirsi alla novità e al cambiamento.

 

riferimenti bibliografici

Winnicott, Dalla pediatria alla psicanalisi­

L’eroismo invisibile delle donne

La visione della Gestalt psicosociale sull’autostima include il valore delle azioni ordinarie nella relazione. Erving Poster in “Ogni vita merita un romanzo” dimostra come nel processo terapeutico il paziente quando racconta gli eventi della propria vita narra gli episodi drammatici o eventi a cui attribuisce un valore straordinario e tende a mettere in ombra e a non valorizzare tutto ciò che è ordinario. Questa istanza eroica eccezionale è influenzata dal modello eroico che abbiamo interiorizzato, che ci è stato trasmesso dalla cultura d’appartenenza, ciò comporta un dislivello tra l’ideale dell’io e la vita quotidiana, quest’ultima fatta di tanti episodi che non ci sembrano rilevanti, perché siamo alla ricerca di situazioni straordinarie.

La mitologia greco-romana ci ha descritto l’eroe come un essere sovrumano, a metà tra un mortale ed una divinità, che compiva imprese straordinarie degne di gloria. La concezione di eroe classico così come raccontata dai miti è molto distante dall’eroismo che riscontriamo nella vita di ognuno di noi, azioni che si esplicano nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni e che spesso restano silenziose proprio perché sembrano non degne di nota. Miriam Polster (1992) ha identificato alcune caratteristiche dell’eroe classico, e ha provato a descrivere un eroismo rapportato alle difficoltà umane dei nostri giorni. La prima caratteristica è quella di nutrire un profondo rispetto per la dignità e il valore della vita umana. L’eroe classico arrivava al galoppo su un cavallo magico e salvava la principessa dal dragone. Esiste, però, un’altra forma di eroismo, l’eroismo tranquillo e poco drammatico della gente comune che fa semplicemente ciò che ritiene essere “giusto”, senza bandiere, senza fanfare e trombe, ma rispettando e preservando la dignità umana. A volte questo bisogno lo riscopriamo in terapia laddove il paziente non considera la propria vita con dignità. Spesso la terapia è il primo momento in cui questa prospettiva si insinua nella mente del paziente. Accade di continuo che quando una donna abbia fatto qualcosa di eroico, lo spieghi di sottotono dicendo: “Ho fatto solo il mio lavoro” oppure “Chiunque avrebbe fatto la stessa cosa”. La dignità ed il valore di una vita umana non stanno soltanto nella vita degli altri, bensì nella vita propria del paziente, quando i terapeuti evocano tutto questo non fanno altro che restituire equilibrio ed opportunità.

La seconda qualità eroica è il senso della scelta personale. L’eroe non si considera un soggetto passivo che sopporta semplicemente ciò che avviene, ma si sente un individuo in grado di determinare dei cambiamenti. L’eroe percepisce che qualcosa è ingiusto, che non funziona e si rende conto di dover essere colui che prende posizione o determina dei cambiamenti. Un esempio classico è Antigone che perse la vita per seppellire il corpo del proprio fratello Polinice, nel rispetto che ella riteneva fosse dovuto anche ad un guerriero sconfitto. Noi vediamo questo tipo di comportamento in forma minore, ma il senso eroico dell’essere agenti rimane chiaro. La terza qualità dell’ Eroe è la sua prospettiva originale. L’eroe è in grado di vedere la situazione non per quello che é, ma per come questa potrebbe essere. Partendo da tale prospettiva ed affiancandola al senso di attività personale, l’eroe si mette in moto per operare dei cambiamenti. Nella vita di tutti i giorni è possibile identificare tante donne e uomini che si adoperano per cambiare situazioni che sembrano croniche e senza possibilità di soluzione. La quarta qualità è rappresentata dal coraggio mentale e fisico. Si tratta di una qualità classica, che tutti i nostri eroi sembrano possedere: Davide che affronta Golia, Ercole che uccide il leone di Nemea. La quinta caratteristica dell’eroismo è che non importa se esso sia pubblico o privato, basta che una sola persona ne sia a conoscenza e ne rimanga incoraggiata, affinché esso sia valido e serva il suo scopo eroico. Come terapeuti abbiamo ampie opportunità di vedere l’eroismo tranquillo e trascurato nelle vite dei nostri pazienti e di lavorare insieme a loro per rivendicarlo, offrire una immagine più realistica dell’eroismo contemporaneo potrebbe servire a ridurre la distanza tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, vederlo come una figura raggiungibile, offre migliori possibilità di mobilitare il senso personale dell’eroismo di cui tutti quanti abbiamo bisogno nei momenti difficili della nostra vita.L’ eroismo ordinario, quello alla portata di tutti nei gesti ordinari, la vita quotidiana è piena. L’eroismo invisibile delle donne, per esempio, è molto spesso sottaciuto dalla donna stessa che non si rende conto, o da per scontate tutte quelle parti di sé che lavorano instancabilmente per gli altri.

Il percorso di psicoterapia

Il percorso di psicoterapia e l’obiettivo mi piace raccontarlo attraverso ” Favola d’amore” di Hermann Hesse. L’atteggiamento di Pictor é simile a quello dei pazienti che alle prime sedute, in maniera confusa, chiedono risposte e soluzioni al loro stato di sofferenza all’interno delle relazioni d’amore, lavorative e sociali. L’obiettivo è quello di acquisire consapevolezza e modificare o abbandonare comportamenti e atteggiamenti non funzionali. Ma per scoprire che tutto è già presente nel qui e ora abbiamo bisogno di muoverci e affrontare le nostre paure, i nostri bisogni, perderci nel mondo per poi ritrovarci. Il viaggio di Pictor-paziente inizia e termina con il recupero delle parti alienate dal sé e vissute come contraddittorie. Nel momento dell’integrazione e dell’unione delle parti opposte, finalmente può ritrovare la sua interezza. Ed è  solo attraverso questa stessa interezza che l’uomo consapevolmente e senza paura può abbandonarsi al flusso “fatato del divenire” ed aspirare  finalmente al suo reale benessere. L’angoscia  dell’ignoto, la paura del dolore, il senso di impotenza che lo portano ad evitare un contatto pieno con realtà che sta vivendo, possono lasciare il posto alla possibilità di sperimentare un senso di presenza che è necessario ad agire in maniera efficace e adeguata nella propria vita.

Favola d’amore

Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con riverenza e chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. Ma quando, invece dell’albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt’occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita. E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. 
Il sole annuì e sorrise. Fiori meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi, con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri annuivano e non sorridevano: ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel loro profumo si fondevano. Un fiore cantò la canzone del lillà, un fiore cantò la profonda ninna nanna azzurra. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro gli ricordava il primo amore. Uno aveva il profumo del giardino dell’infanzia, il suo dolce profumo risuonava come la voce della mamma. Un altro, ridendo, allungò verso di lui la sua rossa lingua curva. Egli vi leccò, aveva un sapore forte e selvaggio, come di resina e di miele, ma anche come di un bacio di donna. 
Tra tutti questi fiori stava Pictor, pieno di struggimento e di gioia inquieta. Il suo cuore, quasi fosse una campana, batteva forte, batteva tanto; il suo desiderio ardeva verso l’ignoto, verso il magicamente prefigurato. 
Pictor scorse un uccello sull’erba posato e di luminosi colori ammantato, di tutti i colori il bell’uccello sembrava dotato. Al bell’uccello variopinto egli chiese: “Uccello, dove è dunque la felicità?”. 
“La felicità?” disse il bell’uccello e rise con il suo becco dorato, “la felicità, amico, è ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli”. 
Con queste parole l’uccello spensierato scosse le sue piume, allungò il collo, agitò la coda, socchiuse gli occhi, rise un’ultima volta e poi rimase seduto immobile, seduto fermo nell’erba, ed ecco: l’uccello era diventato un fiore variopinto, le piume si erano trasformate in foglie, le unghie in radici. Nella gloria dei colori, nella danza e negli splendori, l’uccello si era fatta pianta. Pictor vide questo con meraviglia. 
E subito il fiore-uccello cominciò a muovere le sue foglie e i suoi pistilli, già era stanco del suo essere fiore, già non aveva più radici, scuotendosi un po’ si innalzò lentamente e fu una splendida farfalla, che si cullò nell’aria, senza peso, tutta di luce soffusa, splendente nel viso. Pictor spalancò gli occhi dalla meraviglia. 
Ma la nuova farfalla, l’allegra variopinta farfalla-fiore-uccello, il luminoso volto colorato volò intorno a Pictor stupefatto, luccicò al sole, scese a terra lieve come un fiocco di neve, si sedette vicino ai piedi di Pictor, respirò dolcemente, tremò un poco con le ali splendenti, ed ecco, si trasformò in un cristallo colorato, da cui si irraggiava una luce rossa. Stupendamente brillava tra erbe e piante, come rintocco di campana festante, la rossa pietra preziosa. Ma la sua patria, la profondità della terra, sembrava chiamarla; subito incominciò a rimpicciolirsi e minacciò di scomparire. Allora Pictor, spinto da un anelito incontenibile, si protese verso la pietra che stava svanendo a la tirò a sé. Estasiato, immerse lo sguardo nella sua luce magica, che sembrava irraggiargli nel cuore il presentimento di una piena beatitudine. 
All’improvviso, strisciando sul ramo di un albero disseccato, il serpente gli sibilò nell’orecchio:” La pietra ti trasforma in quello che vuoi. Presto, dille il tuo desiderio, prima che sia troppo tardi!”. 
Pictor si spaventò e temette di vedere svanire la sua fortuna. Rapido disse la parola e si trasformò in un albero. Giacché più di una volta aveva desiderato essere albero, perché gli alberi gli apparivano così pieni di pace, di forza e di dignità. 
Pictor divenne albero. Penetrò con le radici nella terra, si allungò verso l’alto, foglie e rami germogliarono dalle sue membra. Era molto contento. Con fibre assetate succhiò nelle fresche profondità della terra e con le sue foglie sventolò alto nell’azzurro. Insetti abitavano nella sua scorza, ai suoi piedi abitavano il porcospino e il coniglio, tra i suoi rami gli uccelli. 
L’albero Pictor era felice e non contava gli anni che passavano. Passarono molti anni prima che si accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Solo lentamente imparò a guardare con occhi d’albero. Finalmente poté vedere, e divenne triste. 
Vide infatti che intorno a lui nel paradiso gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto anzi scorreva in un flusso incantato di perenni trasformazioni. Vide fiori diventare pietre preziose o volarsene via come folgoranti colibrì. Vide accanto a sé più d’un albero scomparire all’improvviso: uno si era sciolto in fonte, un altro era diventato coccodrillo, un altro ancora nuotava fresco e contento, con grande godimento, come pesce allegro guizzando, nuovi giochi in nuove forme inventando. Elefanti prendevano la veste di rocce, giraffe la forma di fiori. 
Lui invece, l’albero Pictor, rimaneva sempre lo stesso, non poteva più trasformarsi. Dal momento in cui capì questo, la sua felicità se ne svanì: cominciò ad invecchiare e assunse sempre più quell’aspetto stanco, serio e afflitto, che si può osservare in molti vecchi alberi. Lo si può vedere tutti i giorni anche nei cavalli, negli uccelli, negli uomini e in tutti gli esseri: quando non possiedono il dono della trasformazione, col tempo sprofondano nella tristezza e nell’abbattimento, e perdono ogni bellezza. 
Un bel giorno, una fanciulla dai capelli biondi e dalla veste azzurra si perse in quella parte del paradiso. Cantando e ballando la bionda fanciulla correva tra gli alberi e prima di allora non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Più di una scimmia sapiente sorrise al suo passaggio, più di un cespuglio l’accarezzò lieve con le sue propaggini, più di un albero fece cadere al suo passaggio un fiore, una noce, una mela, senza che lei vi badasse. 
Quando l’albero Pictor scorse la fanciulla, lo prese un grande struggimento, un desiderio di felicità come non gli era ancora mai accaduto. E allo stesso tempo si trovò preso in una profonda meditazione, perché era come se il suo stesso sangue gli gridasse :” Ritorna in te! Ricordati in questa ora di tutta la tua vita, trovane il senso, altrimenti sarà troppo tardi e non ti sarà più data alcuna felicità”. Ed egli ubbidì. 
Rammemorò la sua origine, i suoi anni di uomo, il suo cammino verso il paradiso, e in modo particolare quell’istante prima che si facesse albero, quell’istante meraviglioso in cui aveva avuto in mano quella pietra fatata. Allora, quando ogni trasformazione gli era aperta, la vita in lui era stata ardente come non mai! Si ricordò dell’uccello che allora aveva riso e dell’albero con la luna e il sole; lo prese il sospetto che allora avesse perso, avesse dimenticato qualcosa, e che il consiglio del serpente non era stato buono. 
La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell’albero Pictor, alzò lo sguardo e sentì, con un improvviso dolore al cuore, nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei. Attratta dalla forza sconosciuta si sedette sotto l’albero. Esso le appariva solitario, solitario e triste, e in questo bello, commovente e nobile nella sua muta tristezza; era incantata dalla canzone che sussurrava lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l’albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore. Il suo cuore era stranamente dolente, nel cielo della sua anima scorrevano nuvole, dai suoi occhi cadevano lentamente pesanti lacrime. Cosa stava succedendo? Perché doveva soffrire così? Perché il suo cuore voleva spaccare il petto e andare a fondersi con lui, con esso, con il bel solitario? L’albero tremò silenzioso fin nelle radici, tanto intensamente raccoglieva in sé ogni forza vitale, proteso verso la fanciulla, in un ardente desiderio di unione. Ohimé, perché si era lasciato raggirare dal serpente per essere confinato così, per sempre, solo in un albero! Oh, come era stato cieco, come era stato stolto! Davvero allora sapeva così poco, davvero allora sapeva così poco, davvero era stato così lontano dal segreto della vita? No, anche allora l’aveva oscuramente sentito e presagito, ohimé! E con dolore e profonda comprensione pensò ora all’albero che era fatto di uomo e di donna! 
Venne volando un uccello, rosso e verde era l’uccello, ardito e bello , mentre descriveva nel cielo un anello. La fanciulla lo vide volare, vide cadere dal suo becco qualcosa che brillò rosso come sangue, rosso come brace, e cadde tra le verdi piante, splendette di tanta familiarità tra le verdi piante, il richiamo squillante della sua rossa luce era tanto intenso, che la fanciulla si chinò e sollevò quel rossore. Ed ecco che era un cristallo, un rubino, ed intorno ad esso non vi può essere oscurità. 
Non appena la fanciulla ebbe preso la pietra fatata nella sua mano bianca, immediatamente si avverò il sogno che le aveva riempito il cuore. La bella fu presa, svanì e divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò dal suo tronco come un robusto giovane ramo che rapido si innalzò verso di lui. 
Ora tutto era a posto, il mondo era in ordine, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un vecchio albero intristito, ora cantava forte Pictor. Vittoria. Era trasformato. E poiché questa volta aveva raggiunto la vera, l’eterna trasformazione, perché da una metà era diventato un tutto, da quell’istante poté continuare a trasformarsi, tanto quanto voleva. Incessantemente il flusso fatato del divenire scorreva nelle sue vene, perennemente partecipava della creazione risorgente ad ogni ora. 
Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente, nuvola e uccello. In ogni forma però era intero, era un “coppia”, aveva in sé luna e sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per le terre, stava come stella doppia in cielo.

Attaccamento e esplorazione

Lo sviluppo dell’individuo è caratterizzato dall’alternarsi di due dinamiche fondamentali: l’attaccamento e l’esplorazione. Da un lato il bisogno di attaccamento determina le nostre modalità di relazione e ci spinge verso il riconoscimento della compresenza dell’io e del tu nel campo relazionale (Menditto e Rametta, 2001); dall’altro il bisogno di esplorazione ci attiva ad affermare il nostro bisogno di indipendenza e autonomia. La spinta all’esplorazione tende alla rottura delle situazioni di equilibrio, di stasi. L’individuo tende a conservare la relazione con le sue figure significative, ma nello stesso tempo si muove per realizzare i propri scopi e obiettivi nell’ambiente altro. Queste due tendenze sono responsabili dell’equilibrio del Sé, avere successo e riuscire si combina con la tendenza a piacere ed essere amato. L’ambiente famigliare e culturale non sempre permette all’individuo di soddisfare la sua spinta all’esplorazione, così accade che per sopravvivere al rifiuto, alla disistima e alle ferite, impara a modellare o inibire tutti i comportamenti che producono una valutazione negativa del senso del proprio valore da parte degli adulti. Egli impara a relazionarsi all’ambiente anche in situazioni difficili che richiedono che il senso di separazione non emerga in modo minaccioso. Il bambino, attraverso tentativi ed errori, scoprirà modi che neutralizzano gli attacchi al suo bisogno di appartenenza e che gli consentano di adattarsi creativamente all’ambiente, modalità che in Gestalt vengono chiamate “modalità di resistenza al contatto”. Quest’ultime sono funzionali all’individuo per sopravvivere ad una situazione di disagio, nel momento in cui esse diventano rigide, avviene che il soggetto si identifica con una delle sue maschere, una costruzione mentale di sé che chiama ‘io’. Una difesa per affrontare il mondo, che gli dà la certezza di esistere e di non sperimentare l’angoscia dell’ignoto.

Bibliografia

F. Perls, La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma 1980
H. Hesse, Favola d’amore, Stampa Alternativa, Terni 1996
H. Hesse, Sull’amore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1988

 

Il senso di sé e l’autostima

Ancor prima della parola, abbiamo fatto l’esperienza dell’attaccamento sicuro o ambivalente con la figura significativa, tale esperienza è così fondamentale da influenzare il modo in cui creiamo relazioni o ci innamoriamo.

L’attaccamento che è una tendenza innata nell’uomo, come negli animali, a ricercare la vicinanza protettiva di una figura di riferimento ogni volta che ci troviamo in situazioni di pericolo, stress, dolore.  Il comportamento di attaccamento, che Bowlby distingue dall’attacamento come tendenza innata,  viene definito come quel comportamento volto a ricercare o mantenere una prossimità nei confronti di una persona particolare che è ritenuta capace di affrontare il mondo e proteggerci. Tale comportamento si accentua in situazioni di stress e pericolo, si attenua quando si riceve conforto e cure. Il comportamento di attaccamento rappresenta una caratteristica della prima infanzia, ma persiste durante l’interno ciclo di vita specialmente nei momenti di emergenza. Sulla struttura di questo modello l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto… Dalla struttura del modello di attaccamento dipende inoltre la sua fiducia  che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano” (J. Bowlby, 1975).

IL sè

Analogamente, nel modello operativo del Sè che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento . Uno sviluppo sano secondo Winnicott, esige un “ambiente perfetto”, ovvero una madre le cui preoccupazioni materne rendono possibile una sensibilità molto precisa ed acuta ai bisogni e gesti del figlio. La madre funziona come uno specchio e fornisce al bambino un riflesso esatto dei suoi gesti e della sua esperienza, nonostante siano frammentati e informi, “quando guardo, sono visto, quindi esisto” (1974,134). E’ estremamente importante per la mamma, non solo modellare il mondo in base ai suoi bisogni, ma anche fornirgli una presenza non impegnativa, quando il bambino non fa richieste e non esprime bisogni. Questo permette di far emergere, sentire bisogni e gesti spontanei, di fare richieste esplicite, di trovare dentro o fuori la relazione il soddisfacimento. La bidirezionalità di questo primo scambio, stare nella relazione e uscire, consente al bambino lo sviluppo di un senso di sicurezza e di fiducia in sé, nonché un rafforzamento della relazione tra lui e l’adulto.

Scambio relazionale

Si instaura così un circolo virtuoso in cui il bambino accrescerà la sua autostima e la capacità di gestione delle situazioni in cui dovrà confrontarsi. Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti che possono aiutarlo a difendersi, anche se in modo disfunzionale per la sua crescita e il suo benessere futuro. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro. Il bisogno di attaccamento imprimerà nel bambino la necessità di modellare se stesso sull’altro e gli procurerà, nella ricerca di questo adattamento creativo tra sé e l’ambiente, ferite, delusioni, paure di morte.

Il bisogno di esplorazione

La relazione non sempre è in grado di contenere e soddisfare i bisogni e le necessità del bimbo. Egli pur mantenendo la tendenza alla relazione, comincerà a dar sfogo al bisogno di esplorazione, dirigendosi verso l’ambiente nel tentativo di cercare nuovamente la rassicurante sensazione di piacere. Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o insicurezza) interiore che il bambino sviluppa sono connessi alla futura capacità di auto-realizzazione.

La capacità di affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento, dipenderà proprio dal senso di sé che si è potuto sviluppare in questa fase della vita. Queste prime rappresentazioni di sè e degli altri significativi e delle reciproche interazioni assumono un valore regolativo e predittivo per le future interazioni e modalità di percepire sè e gli altri in genere. Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. L’essere autonomo nella relazione, il divenire in grado di allontanarsi dalla famiglia sono strettamente connessi al senso di fiducia in sé, e ciò è più facile se si ha avuto una madre responsiva e non invasiva o invischiante. Da una buona esperienza di appartenenza si sviluppa una funzionale capacità di autonomia.

Il lavoro terapeutico

 Il lavoro terapeutico in questo contesto è utile per poter esplorare come creiamo le relazioni, capire quanto i nostri atteggiamenti siano il risultato delle esperienze di attaccamento e come poter ristrutturare i modelli disfunzionali per poter avere relazioni più sane. Ridefinire le nostre aspettative e i giudizi su di sé e sugli altri.