La difficoltà di vivere il presente

Sono mesi che rimando la scrittura di questo articolo, tutto sembra avere la precedenza, il lavoro a studio, preparare il materiale per il laboratorio per i bambini, la ricerca della casa, aspettare l’ispirazione. In realtà ho procrastinato, perchè per me è più facile esprimermi con la pittura piuttosto che con la scrittura. Spesso mi è arrivato il feedback da chi mi conosce che faccio un sacco di cose, sarà pure vero, ma quasi sempre all’ultimo momento, perchè penso di avere tanto tempo davanti a me. Le bollette le pago l’ultimo giorno o il giorno prima della scadenza, in stazione arrivo giusto 5 minuti prima della partenza del treno, a lavoro corro per strada per timbrare il tesserino in orario e potrei continuare all’infinito. L’arte di procrastinare, la tendenza a rimandare, è una scelta e dipende sempre da noi.

Ma cosa c’è alla base?

L’obiettivo di procrastinare è quello di liberare l’individuo, almeno temporaneamente dalle sensazioni e emozioni poco piacevoli derivanti da una determinata situazione, e ritrovare uno stato di benessere.

Ma questo stato di benessere dura poco perchè la nostra mente ci riporta al problema che aspetta di essere risolto. Si insinua una sensazione fastidiosa che ci impedisce di vivere serenamente quella tranquillità che il fatto stesso di rimandare procura. Se provassimo a sentire le nostre emozioni nel momento in cui si presenta l’inpulso a procrastinare, forse sentiremo la paura come emozione predominante. La paura può manifestarsi in diverse forme, come ansia, angoscia, stress, scoraggiamento, apprensione, disagio, nervosismo. A livello fisico la paura si presenta attraverso tensione muscolare, emicrania, mal di stomaco, palpitazioni, e molti altri disturbi fastidiosi. Sul piano psicologico la paura è un’emozione paralizzante che ci impedisce di muoverci e di agire ogni volta che non riusciamo a prevedere le conseguenze. Eppure chi ha questa tendenza sa che bastano pochi passaggi, molto probabilmente noiosi, faticosi, per chiudere l’incombenza lasciata in sospeso. Per alcuni basta avere maggiore consapevolezza per passare all’azione, cambiare i propri comportamenti, per altri no. Infatti si tratta di comportamenti abituali a cui si ricorre in modo automatico, possiamo anche considerarla come un meccanismo di difesa che è diventato cronico. E dato che si tratta di comportamenti, i comportamenti si possono modificare.

Cosa succede?

Chi procrastina rimane in contatto con le proprie sensazioni ed emozioni sgradevoli come la noia, l’ansia o la paura di fallire. Il problema rinviato che all’inizio era abbastanza realizzabile diventa più gravoso sia nella nostra immaginazione sia nella realtà, finchè non si trasforma in qualcosa di così opprimente che comincia ad essere ragionevole rinviarlo a chissà quando. A forza di farlo, le emozioni negative si trasformono in ostacoli a una vita che potrebbe essere produttiva e protesa in avanti.

Passare all’azione, ma come?

Entrando in contatto con le proprie emozioni.

Che siano l’ansia o la paura ad accompagnare quei compiti, allargate le braccia e accogliete le vostre emozioni una per una. Invitatele ad entrare e a sedersi, fatele mettere comode. Poi affrontate i vostri compiti in loro compagnia. Una volta iniziato, vi acccorgerete che non si tratterranno a lungo; in realtà, probabilmente si alzeranno e se ne andranno immediatamente. Quando avrete quasi finito, alzerete gli occhi e scoprirete sensazioni assai più piacevoli sedute al loro posto, in attesa di festeggiare con voi la conclusione delle vostre fatiche.

Prendendo delle decisioni

Prendere delle decisioni difficili nella vita, anche se significa eliminare qualcosa che in passato sembrava importante. Qualsiasi scelta fatta porterà con sè un pò di tristezza, perdita, dispiacere, ma questo non significa aver fatto la scelta sbagliate.

Pianificando il lavoro

Fare un elenco di tutte le azioni che servono per portare a termine il compito e suddividerle in piccole attività da svolgere giornalmente.

Chiedere aiuto

Se non siamo in grado di fare qualcosa chiediamo aiuto a chi è più esperto.

La soluzione migliore è chiedersi perché questo compito non vogliamo portare a conclusione, e capire se è sintomo di un problema più profondo, e in particolare non far diventare vostre le priorità degli altri.

Gli ostacoli da eliminare:

  • la paura
  • l’indecisione
  • scoraggiamento
  • il perfezionismo
  • la noia
  • la difficoltà.

Temporeggiatore sappilo: non hai a disposizione un numero infinito di giorni in cui portare a termine i compiti che ti impegni così tanto a rimandare, la vita è ” ora”.

Senso di colpa e realizzazione di sè

” Se sei fiaccato da qualcosa di esterno,
il dolore non è dovuto alla cosa in se stessa,
ma al tuo giudizio di quella; e perciò hai
il potere di cambiarlo in qualsiasi momento.”
Marco Aurelio

Uno dei sintomi più frequenti di un conflitto interno che emerge in psicoterapia è il senso di colpa, una sofferenza intrapsichica, che è differente dalla colpa vera e propria. La colpa in senso proprio è la conseguenza psicologica dell’essersi comportati in modo da non potersi accettare, che si tratti di aver arrecato un danno a una persona cara, maltrattare il proprio figlio o la propria moglie, ecc. In questo senso il senso di colpa di fronte ad un errore commesso è sano ed esprime senso di responsabilità e di integrità, riconoscere con umiltà e dignità lo sbaglio compiuto o il dolore procurato.

Conflitto interno
E’ sintomo di un conflitto interno irrisolto quando dipende da fantasticherie e da idee personali, piuttosto che da reali comportamenti. In Gestalt viene dato grande rilievo al senso di colpa in quanto considerato un forte ostacolo alla piena auto-realizzazione dell’individuo. Il senso di colpa si instaura proprio nel momento in cui le spinte emotive vengono considerate inaccettabili da parte della persona che quindi , se le rimprovera. Può anche essere presente nel momento in cui l’esperienza, ovvero ciò che si fa, tradisce in qualche modo l’ideale al quale si sta tentando di arrivare o si aspira. In entrambi i casi la colpa inibisce la naturale espressione della persona minandone l’autenticità. La Gestalt ha il suo fulcro nell’esortazione esistenziale alla persona ad essere se stessa, il più pienamente e completamente possibile ( Clarkson, 1989). Il senso di colpa appare in quest’ ottica come come un freno alla piena realizzazione di sé, un muro oltre il quale c’è la piena consapevolezza dei propri limiti e potenzialità.

Il senso di colpa nella relazione 
Perls aveva intuito che il senso di colpa è legato alla paura di uscire dalla confluenza, paura della solitudine e dell’unicità, come terrore di eventuali rappresaglie da parte di chi si è abbandonato. Si può osservare nel rapporto madre -bambino, marito e moglie, capo e dipendente. La confluenza è una base fragile per le relazioni. L’individuo volutamente sceglie di sminuire le differenze in modo da moderare l’esperienza sconvolgente del nuovo e dell’altro. Si comporta come un camaleonte, si adegua all’altro per essere accettato, rinuncia ad essere se stesso. Affinche la persona trovi la sua piena realizzazione deve iniziare a sperimentare la propria capacità di prendere delle decisioni e di scegliere, ascoltare i propri bisogni e sentimenti che gli appartengono e non sentirsi in dovere di farli coincidere con quelli degli altri. Deve imparare che può affrontare il terrore della separazione da queste persone e tuttavia restare vivo. Affermare a voce alta le proprie aspettative, prima al terapeuta e infine alla persona a cui è demandata la soddisfazione di esse, può essere il primo passo per discriminare i tentativi nascosti di stabilire relazioni confluenti.
Tenendo in considerazione i propri bisogni e discriminandoli, si può scoprire la propria tendenza personale e unica, e si può ottenere ciò che si vuole.

COME DIRE DI NO SENZA SENTIRSI IN COLPA

L’assertività è un approccio che ci mette in condizione di gestire in modo positivo e costruttivo i rapporti interpersonali. E’ la capacità di esprimere i propri sentimenti, scegliere come comportarsi in uno specifico contesto, difender i prori diritti quando necessario, esprimere serenamente un’opinione di dissacordo quando si ritiene opportuno, chiedere agli altri di modificare i loro atteggiamenti quando vengono percepiti come offensivi.

Il costrutto dell’assertività è costituito dall’idea di libertà come capacità di affrancarsi dai condizionamenti ambientali negativi e comprende la conoscenza di sé e della propria personalità, della teoria dei diritti assertivi (in ciò è inclusa l’idea della reciprocità, ovvero il medesimo diritto di comunicare desideri e convinzioni e di perseguire obiettivi individuali viene riconosciuto anche agli altri, il saper riconoscere e criticare le idee irrazionali che generano e mantengono i disagi e i disturbi emotivi). Il secondo aspetto riguarda la forma dell’assertività, ovvero la capacità di esprimersi in modo più evoluto ed efficace, tradotta quindi in abilità non verbali e verbali, e, più in generale, in competenza sociale. Tale aspetto è stato definito da L. Philhps (1968) come “l’ampiezza con cui l’individuo riesce a comunicare con gli altri, in modo da soddisfare diritti, esigenze, motivazioni e obblighi, in misura ragionevole e senza pregiudicare gli analoghi diritti delle altre persone, in forma di libero e aperto dialogo”. In questo caso la persona assertiva sa esprimere in modo chiaro e tecnicamente efficace, emozioni, sentimenti, esigenze e convinzioni personali riducendo sempre più le sensazioni d’ansia, disagio o aggressività.

DIRITTI ASSERTIVI

I diritti assertivi comprendono il rispetto di se stessi, delle proprie esigenze, sentimenti e convinzioni. Tali diritti sono necessari per costruire sentimenti e pensieri positivi come l’autostima e la fiducia. Riconoscerli e rispettarli significa anche riconoscerli e rispettarli negli altri.

Ma vediamo quali sono questi diritti assertivi

  • il diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro

  • il diritto di dire “No”

  • il diritto di mantenere la propria dignità agendo in modo assertivo, anche se ciò urta qualcun altro, a condizione che il movente sia assertivo e non aggressivo.

  • il diritto di fare richieste ad un’altra persona, dal momento che riconosco all’altro l’identico diritto di rifiutare.

  • il diritto ridiscutere il problema con la persona interessata, e di giungere a un chiarimento.

  • il diritto ad attuare i propri diritti ed al rispetto altrui dei propri diritti.

  • il diritto di avere idee, opinioni, punti di vista personali e non necessariamente coincidenti con quelli degli altri

  • il diritto a che le proprie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre persone

  • il diritto ad avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone

  • il diritto a provare determinati stati d’animo ed a manifestarli in modo assertivo se si decide di farlo

  • il diritto di commettere degli errori, in buona fede

  • il diritto di decidere di sollevare una determinata questione o, viceversa, di non sollevarla

  • il diritto di essere realmente se stessi, anche se questo significa a volte contravvenire a delle aspettative esterne

  • il diritto di chiedere aiuto.

E’ difficile essere assertivi, ma alcune tecniche possono aiutarci:

  • Esprimere empatia con l’altro (sono partecipe del….)

  • Descrivere il comportamento che ha un impatto negativo su di noi

  • Esprimere il sentimento conseguente al suddetto comportamento

  • Spiegare il sentimento (perché mi sento così)

  • Specificare il cambiamento desiderato nel comportamento

  • Analizzare le conseguenze positive se ci sarà il cambiamento

  • Analizzare le conseguenze negative se non ci sarà il cambiamento

  • Confermare la relazione (te lo dico perché ci tengo)

  • Richiedere di risolvere insieme il problema (come posso aiutarti?)

L’eroismo invisibile delle donne

La visione della Gestalt psicosociale sull’autostima include il valore delle azioni ordinarie nella relazione. Erving Poster in “Ogni vita merita un romanzo” dimostra come nel processo terapeutico il paziente quando racconta gli eventi della propria vita narra gli episodi drammatici o eventi a cui attribuisce un valore straordinario e tende a mettere in ombra e a non valorizzare tutto ciò che è ordinario. Questa istanza eroica eccezionale è influenzata dal modello eroico che abbiamo interiorizzato, che ci è stato trasmesso dalla cultura d’appartenenza, ciò comporta un dislivello tra l’ideale dell’io e la vita quotidiana, quest’ultima fatta di tanti episodi che non ci sembrano rilevanti, perché siamo alla ricerca di situazioni straordinarie.

La mitologia greco-romana ci ha descritto l’eroe come un essere sovrumano, a metà tra un mortale ed una divinità, che compiva imprese straordinarie degne di gloria. La concezione di eroe classico così come raccontata dai miti è molto distante dall’eroismo che riscontriamo nella vita di ognuno di noi, azioni che si esplicano nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni e che spesso restano silenziose proprio perché sembrano non degne di nota. Miriam Polster (1992) ha identificato alcune caratteristiche dell’eroe classico, e ha provato a descrivere un eroismo rapportato alle difficoltà umane dei nostri giorni. La prima caratteristica è quella di nutrire un profondo rispetto per la dignità e il valore della vita umana. L’eroe classico arrivava al galoppo su un cavallo magico e salvava la principessa dal dragone. Esiste, però, un’altra forma di eroismo, l’eroismo tranquillo e poco drammatico della gente comune che fa semplicemente ciò che ritiene essere “giusto”, senza bandiere, senza fanfare e trombe, ma rispettando e preservando la dignità umana. A volte questo bisogno lo riscopriamo in terapia laddove il paziente non considera la propria vita con dignità. Spesso la terapia è il primo momento in cui questa prospettiva si insinua nella mente del paziente. Accade di continuo che quando una donna abbia fatto qualcosa di eroico, lo spieghi di sottotono dicendo: “Ho fatto solo il mio lavoro” oppure “Chiunque avrebbe fatto la stessa cosa”. La dignità ed il valore di una vita umana non stanno soltanto nella vita degli altri, bensì nella vita propria del paziente, quando i terapeuti evocano tutto questo non fanno altro che restituire equilibrio ed opportunità.

La seconda qualità eroica è il senso della scelta personale. L’eroe non si considera un soggetto passivo che sopporta semplicemente ciò che avviene, ma si sente un individuo in grado di determinare dei cambiamenti. L’eroe percepisce che qualcosa è ingiusto, che non funziona e si rende conto di dover essere colui che prende posizione o determina dei cambiamenti. Un esempio classico è Antigone che perse la vita per seppellire il corpo del proprio fratello Polinice, nel rispetto che ella riteneva fosse dovuto anche ad un guerriero sconfitto. Noi vediamo questo tipo di comportamento in forma minore, ma il senso eroico dell’essere agenti rimane chiaro. La terza qualità dell’ Eroe è la sua prospettiva originale. L’eroe è in grado di vedere la situazione non per quello che é, ma per come questa potrebbe essere. Partendo da tale prospettiva ed affiancandola al senso di attività personale, l’eroe si mette in moto per operare dei cambiamenti. Nella vita di tutti i giorni è possibile identificare tante donne e uomini che si adoperano per cambiare situazioni che sembrano croniche e senza possibilità di soluzione. La quarta qualità è rappresentata dal coraggio mentale e fisico. Si tratta di una qualità classica, che tutti i nostri eroi sembrano possedere: Davide che affronta Golia, Ercole che uccide il leone di Nemea. La quinta caratteristica dell’eroismo è che non importa se esso sia pubblico o privato, basta che una sola persona ne sia a conoscenza e ne rimanga incoraggiata, affinché esso sia valido e serva il suo scopo eroico. Come terapeuti abbiamo ampie opportunità di vedere l’eroismo tranquillo e trascurato nelle vite dei nostri pazienti e di lavorare insieme a loro per rivendicarlo, offrire una immagine più realistica dell’eroismo contemporaneo potrebbe servire a ridurre la distanza tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, vederlo come una figura raggiungibile, offre migliori possibilità di mobilitare il senso personale dell’eroismo di cui tutti quanti abbiamo bisogno nei momenti difficili della nostra vita.L’ eroismo ordinario, quello alla portata di tutti nei gesti ordinari, la vita quotidiana è piena. L’eroismo invisibile delle donne, per esempio, è molto spesso sottaciuto dalla donna stessa che non si rende conto, o da per scontate tutte quelle parti di sé che lavorano instancabilmente per gli altri.

Il percorso di psicoterapia

Il percorso di psicoterapia e l’obiettivo mi piace raccontarlo attraverso ” Favola d’amore” di Hermann Hesse. L’atteggiamento di Pictor é simile a quello dei pazienti che alle prime sedute, in maniera confusa, chiedono risposte e soluzioni al loro stato di sofferenza all’interno delle relazioni d’amore, lavorative e sociali. L’obiettivo è quello di acquisire consapevolezza e modificare o abbandonare comportamenti e atteggiamenti non funzionali. Ma per scoprire che tutto è già presente nel qui e ora abbiamo bisogno di muoverci e affrontare le nostre paure, i nostri bisogni, perderci nel mondo per poi ritrovarci. Il viaggio di Pictor-paziente inizia e termina con il recupero delle parti alienate dal sé e vissute come contraddittorie. Nel momento dell’integrazione e dell’unione delle parti opposte, finalmente può ritrovare la sua interezza. Ed è  solo attraverso questa stessa interezza che l’uomo consapevolmente e senza paura può abbandonarsi al flusso “fatato del divenire” ed aspirare  finalmente al suo reale benessere. L’angoscia  dell’ignoto, la paura del dolore, il senso di impotenza che lo portano ad evitare un contatto pieno con realtà che sta vivendo, possono lasciare il posto alla possibilità di sperimentare un senso di presenza che è necessario ad agire in maniera efficace e adeguata nella propria vita.

Favola d’amore

Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con riverenza e chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. Ma quando, invece dell’albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt’occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita. E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. 
Il sole annuì e sorrise. Fiori meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi, con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri annuivano e non sorridevano: ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel loro profumo si fondevano. Un fiore cantò la canzone del lillà, un fiore cantò la profonda ninna nanna azzurra. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro gli ricordava il primo amore. Uno aveva il profumo del giardino dell’infanzia, il suo dolce profumo risuonava come la voce della mamma. Un altro, ridendo, allungò verso di lui la sua rossa lingua curva. Egli vi leccò, aveva un sapore forte e selvaggio, come di resina e di miele, ma anche come di un bacio di donna. 
Tra tutti questi fiori stava Pictor, pieno di struggimento e di gioia inquieta. Il suo cuore, quasi fosse una campana, batteva forte, batteva tanto; il suo desiderio ardeva verso l’ignoto, verso il magicamente prefigurato. 
Pictor scorse un uccello sull’erba posato e di luminosi colori ammantato, di tutti i colori il bell’uccello sembrava dotato. Al bell’uccello variopinto egli chiese: “Uccello, dove è dunque la felicità?”. 
“La felicità?” disse il bell’uccello e rise con il suo becco dorato, “la felicità, amico, è ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli”. 
Con queste parole l’uccello spensierato scosse le sue piume, allungò il collo, agitò la coda, socchiuse gli occhi, rise un’ultima volta e poi rimase seduto immobile, seduto fermo nell’erba, ed ecco: l’uccello era diventato un fiore variopinto, le piume si erano trasformate in foglie, le unghie in radici. Nella gloria dei colori, nella danza e negli splendori, l’uccello si era fatta pianta. Pictor vide questo con meraviglia. 
E subito il fiore-uccello cominciò a muovere le sue foglie e i suoi pistilli, già era stanco del suo essere fiore, già non aveva più radici, scuotendosi un po’ si innalzò lentamente e fu una splendida farfalla, che si cullò nell’aria, senza peso, tutta di luce soffusa, splendente nel viso. Pictor spalancò gli occhi dalla meraviglia. 
Ma la nuova farfalla, l’allegra variopinta farfalla-fiore-uccello, il luminoso volto colorato volò intorno a Pictor stupefatto, luccicò al sole, scese a terra lieve come un fiocco di neve, si sedette vicino ai piedi di Pictor, respirò dolcemente, tremò un poco con le ali splendenti, ed ecco, si trasformò in un cristallo colorato, da cui si irraggiava una luce rossa. Stupendamente brillava tra erbe e piante, come rintocco di campana festante, la rossa pietra preziosa. Ma la sua patria, la profondità della terra, sembrava chiamarla; subito incominciò a rimpicciolirsi e minacciò di scomparire. Allora Pictor, spinto da un anelito incontenibile, si protese verso la pietra che stava svanendo a la tirò a sé. Estasiato, immerse lo sguardo nella sua luce magica, che sembrava irraggiargli nel cuore il presentimento di una piena beatitudine. 
All’improvviso, strisciando sul ramo di un albero disseccato, il serpente gli sibilò nell’orecchio:” La pietra ti trasforma in quello che vuoi. Presto, dille il tuo desiderio, prima che sia troppo tardi!”. 
Pictor si spaventò e temette di vedere svanire la sua fortuna. Rapido disse la parola e si trasformò in un albero. Giacché più di una volta aveva desiderato essere albero, perché gli alberi gli apparivano così pieni di pace, di forza e di dignità. 
Pictor divenne albero. Penetrò con le radici nella terra, si allungò verso l’alto, foglie e rami germogliarono dalle sue membra. Era molto contento. Con fibre assetate succhiò nelle fresche profondità della terra e con le sue foglie sventolò alto nell’azzurro. Insetti abitavano nella sua scorza, ai suoi piedi abitavano il porcospino e il coniglio, tra i suoi rami gli uccelli. 
L’albero Pictor era felice e non contava gli anni che passavano. Passarono molti anni prima che si accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Solo lentamente imparò a guardare con occhi d’albero. Finalmente poté vedere, e divenne triste. 
Vide infatti che intorno a lui nel paradiso gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto anzi scorreva in un flusso incantato di perenni trasformazioni. Vide fiori diventare pietre preziose o volarsene via come folgoranti colibrì. Vide accanto a sé più d’un albero scomparire all’improvviso: uno si era sciolto in fonte, un altro era diventato coccodrillo, un altro ancora nuotava fresco e contento, con grande godimento, come pesce allegro guizzando, nuovi giochi in nuove forme inventando. Elefanti prendevano la veste di rocce, giraffe la forma di fiori. 
Lui invece, l’albero Pictor, rimaneva sempre lo stesso, non poteva più trasformarsi. Dal momento in cui capì questo, la sua felicità se ne svanì: cominciò ad invecchiare e assunse sempre più quell’aspetto stanco, serio e afflitto, che si può osservare in molti vecchi alberi. Lo si può vedere tutti i giorni anche nei cavalli, negli uccelli, negli uomini e in tutti gli esseri: quando non possiedono il dono della trasformazione, col tempo sprofondano nella tristezza e nell’abbattimento, e perdono ogni bellezza. 
Un bel giorno, una fanciulla dai capelli biondi e dalla veste azzurra si perse in quella parte del paradiso. Cantando e ballando la bionda fanciulla correva tra gli alberi e prima di allora non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Più di una scimmia sapiente sorrise al suo passaggio, più di un cespuglio l’accarezzò lieve con le sue propaggini, più di un albero fece cadere al suo passaggio un fiore, una noce, una mela, senza che lei vi badasse. 
Quando l’albero Pictor scorse la fanciulla, lo prese un grande struggimento, un desiderio di felicità come non gli era ancora mai accaduto. E allo stesso tempo si trovò preso in una profonda meditazione, perché era come se il suo stesso sangue gli gridasse :” Ritorna in te! Ricordati in questa ora di tutta la tua vita, trovane il senso, altrimenti sarà troppo tardi e non ti sarà più data alcuna felicità”. Ed egli ubbidì. 
Rammemorò la sua origine, i suoi anni di uomo, il suo cammino verso il paradiso, e in modo particolare quell’istante prima che si facesse albero, quell’istante meraviglioso in cui aveva avuto in mano quella pietra fatata. Allora, quando ogni trasformazione gli era aperta, la vita in lui era stata ardente come non mai! Si ricordò dell’uccello che allora aveva riso e dell’albero con la luna e il sole; lo prese il sospetto che allora avesse perso, avesse dimenticato qualcosa, e che il consiglio del serpente non era stato buono. 
La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell’albero Pictor, alzò lo sguardo e sentì, con un improvviso dolore al cuore, nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei. Attratta dalla forza sconosciuta si sedette sotto l’albero. Esso le appariva solitario, solitario e triste, e in questo bello, commovente e nobile nella sua muta tristezza; era incantata dalla canzone che sussurrava lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l’albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore. Il suo cuore era stranamente dolente, nel cielo della sua anima scorrevano nuvole, dai suoi occhi cadevano lentamente pesanti lacrime. Cosa stava succedendo? Perché doveva soffrire così? Perché il suo cuore voleva spaccare il petto e andare a fondersi con lui, con esso, con il bel solitario? L’albero tremò silenzioso fin nelle radici, tanto intensamente raccoglieva in sé ogni forza vitale, proteso verso la fanciulla, in un ardente desiderio di unione. Ohimé, perché si era lasciato raggirare dal serpente per essere confinato così, per sempre, solo in un albero! Oh, come era stato cieco, come era stato stolto! Davvero allora sapeva così poco, davvero allora sapeva così poco, davvero era stato così lontano dal segreto della vita? No, anche allora l’aveva oscuramente sentito e presagito, ohimé! E con dolore e profonda comprensione pensò ora all’albero che era fatto di uomo e di donna! 
Venne volando un uccello, rosso e verde era l’uccello, ardito e bello , mentre descriveva nel cielo un anello. La fanciulla lo vide volare, vide cadere dal suo becco qualcosa che brillò rosso come sangue, rosso come brace, e cadde tra le verdi piante, splendette di tanta familiarità tra le verdi piante, il richiamo squillante della sua rossa luce era tanto intenso, che la fanciulla si chinò e sollevò quel rossore. Ed ecco che era un cristallo, un rubino, ed intorno ad esso non vi può essere oscurità. 
Non appena la fanciulla ebbe preso la pietra fatata nella sua mano bianca, immediatamente si avverò il sogno che le aveva riempito il cuore. La bella fu presa, svanì e divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò dal suo tronco come un robusto giovane ramo che rapido si innalzò verso di lui. 
Ora tutto era a posto, il mondo era in ordine, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un vecchio albero intristito, ora cantava forte Pictor. Vittoria. Era trasformato. E poiché questa volta aveva raggiunto la vera, l’eterna trasformazione, perché da una metà era diventato un tutto, da quell’istante poté continuare a trasformarsi, tanto quanto voleva. Incessantemente il flusso fatato del divenire scorreva nelle sue vene, perennemente partecipava della creazione risorgente ad ogni ora. 
Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente, nuvola e uccello. In ogni forma però era intero, era un “coppia”, aveva in sé luna e sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per le terre, stava come stella doppia in cielo.

Attaccamento e esplorazione

Lo sviluppo dell’individuo è caratterizzato dall’alternarsi di due dinamiche fondamentali: l’attaccamento e l’esplorazione. Da un lato il bisogno di attaccamento determina le nostre modalità di relazione e ci spinge verso il riconoscimento della compresenza dell’io e del tu nel campo relazionale (Menditto e Rametta, 2001); dall’altro il bisogno di esplorazione ci attiva ad affermare il nostro bisogno di indipendenza e autonomia. La spinta all’esplorazione tende alla rottura delle situazioni di equilibrio, di stasi. L’individuo tende a conservare la relazione con le sue figure significative, ma nello stesso tempo si muove per realizzare i propri scopi e obiettivi nell’ambiente altro. Queste due tendenze sono responsabili dell’equilibrio del Sé, avere successo e riuscire si combina con la tendenza a piacere ed essere amato. L’ambiente famigliare e culturale non sempre permette all’individuo di soddisfare la sua spinta all’esplorazione, così accade che per sopravvivere al rifiuto, alla disistima e alle ferite, impara a modellare o inibire tutti i comportamenti che producono una valutazione negativa del senso del proprio valore da parte degli adulti. Egli impara a relazionarsi all’ambiente anche in situazioni difficili che richiedono che il senso di separazione non emerga in modo minaccioso. Il bambino, attraverso tentativi ed errori, scoprirà modi che neutralizzano gli attacchi al suo bisogno di appartenenza e che gli consentano di adattarsi creativamente all’ambiente, modalità che in Gestalt vengono chiamate “modalità di resistenza al contatto”. Quest’ultime sono funzionali all’individuo per sopravvivere ad una situazione di disagio, nel momento in cui esse diventano rigide, avviene che il soggetto si identifica con una delle sue maschere, una costruzione mentale di sé che chiama ‘io’. Una difesa per affrontare il mondo, che gli dà la certezza di esistere e di non sperimentare l’angoscia dell’ignoto.

Bibliografia

F. Perls, La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma 1980
H. Hesse, Favola d’amore, Stampa Alternativa, Terni 1996
H. Hesse, Sull’amore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1988

 

Cos’è l’autostima?

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, sul modo in cui l’alternarsi di successi e fallimenti è stato interiorizzato nei diversi momenti della nostra vita e si modella in rapporto all’immagine che gli altri ci rimandano, alle loro valutazioni più o meno comprensive e incoraggianti.

La tendenza a consolidare un senso positivo di noi stessi e a mantenere un costruttivo rapporto con la realtà per quella che è, riguarda un’assoluta necessità che si radica nei primissimi giorni di vita e che proseguirà per l’intera esistenza. L’autostima si crea nei primi sguardi amorevoli o ansiosi che riceviamo, riflette, in gran parte, quanto ci siamo sentite amate e considerate nella nostra infanzia.

Il percorso per accrescere l’autostima

Il percorso verso lo sviluppo di una buona autostima prevede l’apprendimento consapevole della capacità di scelta e attenua la tendenza ad adeguarsi in modo passivo ai modelli sociali imperanti, all’ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni. Ha come obiettivo la conoscenza consapevole e concreta delle proprie abilità e risorse.Il cambiamento è lento e graduale, ed è favorito da tre fattori che in Gestalt chiamiamo “Confidence”, “Competence” e “Contatto”.

Confidence

La confidence, ovvero stare in confidenza con, è il momento in cui riusciamo a stare in contatto con ciò che facciamo nel qui ed ora, dell’ascolto e dell’accoglienza dei movimenti interiori o esteriori impercettibili che ci guidano verso la consapevolezza autentica del sentire. In questa fase, tutti i livelli dell’esperienza ( il corporeo, sensorio, immaginativo, emotivo, cognitivo verbale) sono strumenti preziosi di guida ( Rametta, 1996)¹. Un giorno riproducevo un famoso quadro di E. Munch “Inger sulla spiaggia” che ritrae la sorella Inger seduta da sola sulla spiaggia della piccola città di Asgardstrand, luogo di villeggiatura di Munch. Il paesaggio sintetico ed essenziale di una notte d’estate, dai toni grigi e bluastri, la luminosità pallida del mare, l’espressione del volto della ragazza, statica e fissa, il vestito bianco e luminoso, la tenue luce estiva del nord, faceva emergere in me una malinconia generale e un senso di sospensione emotiva. La mia attenzione era rivolta ad un masso roccioso che si distingueva dagli altri per il suo colore più vivace e, nonostante la sua grandezza e corposità, restava a galla. Mentre dipingevo il sasso roccioso, emergeva come per magia, la mia sensazione di pesantezza. Su quel sasso avevo proiettato il mio stato d’animo, e come uno specchio rifletteva l’esperienza che vivevo in quel momento. Ero pesante ma non affondavo. Presi consapevolezza del mio bisogno di separarmi dalle relazione di amicizia che avevo instaurato con le ragazze con cui abitavo, per cercare una sistemazione abitativa più adatta a me e che avevo ancora la forza di reagire. All’improvviso quel sasso mise le ali.

La Competence

Restare in ascolto con il dentro e il fuori, percepire le emozioni e le sensazioni di questa esperienza senza scappare in fantasie che generano ansia, può essere un ottimo allenamento alla “confidence” ma di per sé non è sufficiente per generare un cambiamento. La consapevolezza di ciò che si vuole, così come di qualsiasi esperienza, dirige, mobilità, incanala l’energia e focalizza le azioni per raggiungere un obiettivo. La Competence include la conoscenza consapevole e concreta delle proprie abilità e risorse. È la fase in cui ci addestriamo a mettere in pratica i nuovi strumenti e conoscenze apprese, in cui percepiamo che il cambiamento sta avvenendo e si sta stabilizzando. Ciò consente di poter simbolizzare nella nostra identità “l’essere esperta/o di…” e consolida il nostro senso di sicurezza.

Il contatto

La terza fase riguarda l’abilità di aprirsi al “contatto” e alla relazione. In questa tappa, la possibilità di sperimentare nuove parti di sè in un gruppo terapeutico, di lavoro, la famiglia o amici, facilità il percorso di cambiamento. Il gruppo svolge la funzione di “cassa di risonanza”, ci offre la possibilità di verificare come questa nuova parte di noi possa essere accolta dagli altri. Riconoscere una nuova parte di noi vuol dire riconoscere noi stessi, riconoscere gli altri e, anche farci riconoscere dagli altri.

 

¹ Rametta F. 1996, I livelli dell’esperienza, Segnature, Roma

Il senso di sé e l’autostima

Ancor prima della parola, abbiamo fatto l’esperienza dell’attaccamento sicuro o ambivalente con la figura significativa, tale esperienza è così fondamentale da influenzare il modo in cui creiamo relazioni o ci innamoriamo.

L’attaccamento che è una tendenza innata nell’uomo, come negli animali, a ricercare la vicinanza protettiva di una figura di riferimento ogni volta che ci troviamo in situazioni di pericolo, stress, dolore.  Il comportamento di attaccamento, che Bowlby distingue dall’attacamento come tendenza innata,  viene definito come quel comportamento volto a ricercare o mantenere una prossimità nei confronti di una persona particolare che è ritenuta capace di affrontare il mondo e proteggerci. Tale comportamento si accentua in situazioni di stress e pericolo, si attenua quando si riceve conforto e cure. Il comportamento di attaccamento rappresenta una caratteristica della prima infanzia, ma persiste durante l’interno ciclo di vita specialmente nei momenti di emergenza. Sulla struttura di questo modello l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto… Dalla struttura del modello di attaccamento dipende inoltre la sua fiducia  che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano” (J. Bowlby, 1975).

IL sè

Analogamente, nel modello operativo del Sè che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento . Uno sviluppo sano secondo Winnicott, esige un “ambiente perfetto”, ovvero una madre le cui preoccupazioni materne rendono possibile una sensibilità molto precisa ed acuta ai bisogni e gesti del figlio. La madre funziona come uno specchio e fornisce al bambino un riflesso esatto dei suoi gesti e della sua esperienza, nonostante siano frammentati e informi, “quando guardo, sono visto, quindi esisto” (1974,134). E’ estremamente importante per la mamma, non solo modellare il mondo in base ai suoi bisogni, ma anche fornirgli una presenza non impegnativa, quando il bambino non fa richieste e non esprime bisogni. Questo permette di far emergere, sentire bisogni e gesti spontanei, di fare richieste esplicite, di trovare dentro o fuori la relazione il soddisfacimento. La bidirezionalità di questo primo scambio, stare nella relazione e uscire, consente al bambino lo sviluppo di un senso di sicurezza e di fiducia in sé, nonché un rafforzamento della relazione tra lui e l’adulto.

Scambio relazionale

Si instaura così un circolo virtuoso in cui il bambino accrescerà la sua autostima e la capacità di gestione delle situazioni in cui dovrà confrontarsi. Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti che possono aiutarlo a difendersi, anche se in modo disfunzionale per la sua crescita e il suo benessere futuro. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro. Il bisogno di attaccamento imprimerà nel bambino la necessità di modellare se stesso sull’altro e gli procurerà, nella ricerca di questo adattamento creativo tra sé e l’ambiente, ferite, delusioni, paure di morte.

Il bisogno di esplorazione

La relazione non sempre è in grado di contenere e soddisfare i bisogni e le necessità del bimbo. Egli pur mantenendo la tendenza alla relazione, comincerà a dar sfogo al bisogno di esplorazione, dirigendosi verso l’ambiente nel tentativo di cercare nuovamente la rassicurante sensazione di piacere. Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o insicurezza) interiore che il bambino sviluppa sono connessi alla futura capacità di auto-realizzazione.

La capacità di affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento, dipenderà proprio dal senso di sé che si è potuto sviluppare in questa fase della vita. Queste prime rappresentazioni di sè e degli altri significativi e delle reciproche interazioni assumono un valore regolativo e predittivo per le future interazioni e modalità di percepire sè e gli altri in genere. Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. L’essere autonomo nella relazione, il divenire in grado di allontanarsi dalla famiglia sono strettamente connessi al senso di fiducia in sé, e ciò è più facile se si ha avuto una madre responsiva e non invasiva o invischiante. Da una buona esperienza di appartenenza si sviluppa una funzionale capacità di autonomia.

Il lavoro terapeutico

 Il lavoro terapeutico in questo contesto è utile per poter esplorare come creiamo le relazioni, capire quanto i nostri atteggiamenti siano il risultato delle esperienze di attaccamento e come poter ristrutturare i modelli disfunzionali per poter avere relazioni più sane. Ridefinire le nostre aspettative e i giudizi su di sé e sugli altri.