Senso di colpa e realizzazione di sè

” Se sei fiaccato da qualcosa di esterno,
il dolore non è dovuto alla cosa in se stessa,
ma al tuo giudizio di quella; e perciò hai
il potere di cambiarlo in qualsiasi momento.”
Marco Aurelio

Uno dei sintomi più frequenti di un conflitto interno che emerge in psicoterapia è il senso di colpa, una sofferenza intrapsichica, che è differente dalla colpa vera e propria. La colpa in senso proprio è la conseguenza psicologica dell’essersi comportati in modo da non potersi accettare, che si tratti di aver arrecato un danno a una persona cara, maltrattare il proprio figlio o la propria moglie, ecc. In questo senso il senso di colpa di fronte ad un errore commesso è sano ed esprime senso di responsabilità e di integrità, riconoscere con umiltà e dignità lo sbaglio compiuto o il dolore procurato.

Conflitto interno
E’ sintomo di un conflitto interno irrisolto quando dipende da fantasticherie e da idee personali, piuttosto che da reali comportamenti. In Gestalt viene dato grande rilievo al senso di colpa in quanto considerato un forte ostacolo alla piena auto-realizzazione dell’individuo. Il senso di colpa si instaura proprio nel momento in cui le spinte emotive vengono considerate inaccettabili da parte della persona che quindi , se le rimprovera. Può anche essere presente nel momento in cui l’esperienza, ovvero ciò che si fa, tradisce in qualche modo l’ideale al quale si sta tentando di arrivare o si aspira. In entrambi i casi la colpa inibisce la naturale espressione della persona minandone l’autenticità. La Gestalt ha il suo fulcro nell’esortazione esistenziale alla persona ad essere se stessa, il più pienamente e completamente possibile ( Clarkson, 1989). Il senso di colpa appare in quest’ ottica come come un freno alla piena realizzazione di sé, un muro oltre il quale c’è la piena consapevolezza dei propri limiti e potenzialità.

Il senso di colpa nella relazione 
Perls aveva intuito che il senso di colpa è legato alla paura di uscire dalla confluenza, paura della solitudine e dell’unicità, come terrore di eventuali rappresaglie da parte di chi si è abbandonato. Si può osservare nel rapporto madre -bambino, marito e moglie, capo e dipendente. La confluenza è una base fragile per le relazioni. L’individuo volutamente sceglie di sminuire le differenze in modo da moderare l’esperienza sconvolgente del nuovo e dell’altro. Si comporta come un camaleonte, si adegua all’altro per essere accettato, rinuncia ad essere se stesso. Affinche la persona trovi la sua piena realizzazione deve iniziare a sperimentare la propria capacità di prendere delle decisioni e di scegliere, ascoltare i propri bisogni e sentimenti che gli appartengono e non sentirsi in dovere di farli coincidere con quelli degli altri. Deve imparare che può affrontare il terrore della separazione da queste persone e tuttavia restare vivo. Affermare a voce alta le proprie aspettative, prima al terapeuta e infine alla persona a cui è demandata la soddisfazione di esse, può essere il primo passo per discriminare i tentativi nascosti di stabilire relazioni confluenti.
Tenendo in considerazione i propri bisogni e discriminandoli, si può scoprire la propria tendenza personale e unica, e si può ottenere ciò che si vuole.

Stare in relazione: affermazione della libertà o separazione dall’altro

Marilena Menditto nel suo libro ” Realizzazione di sè e sicurezza interiore” (2006, 83) sottolinea l’importanza delle modalità relazionali nella costruzione del Sè, e considera responsabili di tali formazioni il principio relazionale e il principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro. Il principio relazionale, rappresentato dalla madre e dalla capacità di innescare uno stile di attaccamento con attenzione all’affettività e al legame, attiva una modalità affettiva che mette in figura in particolar modo l’area della relazione intesa come accoglienza, protezione, legame, calore, soddisfazione del bisogno. Si caratterizza per la valorizzazione di comportamenti che favoriscono l’appartenenza, considerata come fonte di sicurezza e di possesso. Tale principio tende a dar vita ad una relazione simile a quella della primissima infanzia che vede il bambino dominato da sentimenti di onnipotenza primaria ( Winnicott, 1970): il bambino, durante i primi mesi di vita, forma una totalità indistinta con la madre, non ha ancora acquisito un senso di differenziazione da lei e dalla realtà esterna, lui è il mondo e il mondo è tutto nelle sue braccia. In questa situazione la madre alimenta l’onnipotenza rispondendo prontamente ai bisogni del bambino nel momento in cui essi insorgono ( es. se il bambino ha fame, la madre “sente” tale esigenza e pone il seno; il bambino esperirà la fantasia di aver creato lui stesso il seno). L’intensità di tale rapporto può essere talmente forte, confusivo che crea l’illusione che la vita non sia là fuori nel mondo, ma solo all’interno di quel legame. Alla funzione materna di costruzione e mantenimento di uno spazio affettivo, di soddisfacimento dei bisogni si affianca la funzione paterna, che pone dei limiti e spinge il figlio all’esplorazione. Il padre è colui che provoca la prima ferita, interrompendo la relazione madre-bambino basata sulla confluenza, proponendo una direzione e una prospettiva.

Principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro
Il principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro è la modalità relazionale che caratterizza lo stile paterno, tende alla rottura delle situazioni di equilibrio e di stasi, spinge l’individuo all’affermazione di sè stessi e della propria autonomia. E’ legato al bisogno di superare gli ostacoli, riuscire, scegliere, marcare la differenza. E’ una modalità relazionale che si caratterizza per la valorizzazione di comportamenti che favoriscono la differenziazione. Nel ciclo di relazione (fig.1) corrisponde alla fase in cui l’individuo dopo aver completato un’esperienza che vede soddisfatto il proprio bisogno, la simbolizza e la assimila all’interno del proprio confine di contatto, includendola nella propria identità, in modo stabile e persistente. L’intersoggettività dell’identità vede i due principi antagonisti nella costruzione interiore di un IO e un TU. Il tu è altro, colui che è diverso da me, rappresenta il confine, il limite e la norma. Ogni volta che esploriamo l’ambiente, percepiamo e ci scontriamo con la soggettivià altrui. Nel Ciclo di Relazione, i due principi regolatori sono interconnessi, momenti di attaccamento e relazione si alternano a momenti di separazione ed eplorazione, nell’incessante bisogno di affermare se stessi senza perdere il legame con l’altro.

Il padre ricopre nella strutturazione della personalità un ruolo complementare a quello materno, le ricerche più recenti sottolineano l’importanza della figura paterna come elemento di integrazione psichica del bambino fin dalla nascita. La percezione e l’assimilazione delle due modalità relazionali ed emotive, quella materna e quella paterna, permette al bambino di differenziare e integrare la propria immagine emotiva e confrontarsi con l’altro diverso da sè. Se manca il padre o la sua rappresentazione, manca lo scambio e il confronto sulla visone della vita, e conseguentemente la persona non sviluppa l’allenamento alla capacità di giudizio e di scelta (Menditto, 2006, 83). Molti studiosi di scienze sociali denunciano l’assenza della figura paterna tradizionale, detentore del carattere normativo dell’istituzione familiare, ma i padri continuano ad esserci in modo diverso, e i ragazzi della III E, dell’Istituto comprensivo Largo Oriani di Roma, attraverso il questionario “Noi e i Grandi”, provano a descrivere il ruolo dei loro genitori.

Noi e i Grandi
Il questionario “Noi e i Grandi”, elaborato da tutta la classe III E, dell’Istituto comprensivo Largo Oriani di Roma, è composto da 22 domande a risposta aperta. Si pone l’obiettivo di descrivere l’immagine e il ruolo dei genitori moderni, delle maestre e la percezione di adeguatezza della struttura scolastica. Ci rimanda la percezione che i ragazzi hanno dei loro genitori e maestre. Il principio relazionale e il principio di affermazione della libertà e della separazione dall’altro sono associati rispettivamente alle dimensioni gradevolezza ( altruismo, accoglienza, prendersi cura, dare supporto emotivo) e coscienziosità ( competenza, ordine, senso del dovere, impegno). I termini coscienziosità, gradevolezza, ostilità fanno riferimento alle cinque dimensioni fondamentali utilizzate dal “BFQ” (BFQ, Caprara et al., 1993) per la descrizione e la valutazione della personalità di ogni individuo.
Dai questionari emerge come la famiglia di appartenenza è percepita come luogo privilegiato di accudimento e di protezione, fonte di affetto e di gratificazioni anche economiche e sociali, sembra superata l’idea tradizionale di famiglia come luogo caratterizzato da uno stile educativo autoritario e normativo e regolata da rigide distinzioni di ruolo. Alla figura materna viene attribuito in particolar modo, la funzione di costruire una relazione con i figli basata sull’accoglienza, protezione, legame, calore, soddisfazione dei bisogni della prole a discapito dei propri, senza farlo pesare. Sorprende come alla domanda ” cosa non ti piace di mamma?” la maggior parte dei bambini preferisce non rispondere, perchè della loro mamma piace tutto, dall’aspetto fisico, al lavoro che svolge, al modo di relazionarsi. La figura paterna si arricchisce di aggettivi che in passato non gli appartenevano. Risulta giocherellone, simpatico, sensibile agli stati d’animo dei loro figli, ma comunque continua a svolgere il ruolo di colui che detta e fa rispettare le regole ed è simbolo della severità.
Se al padre è riconosciuta qualche caratteristica legata all’ostilità, ovvero utilizzo di un linguaggio sgradevole, indifferenza, manifestazione di rabbia, per la madre rimane difficile esprimere aggettivi negativi, e se ci sono si riferiscono all’umore.

Autrice dell’articolo Rosa Attollino, pubblicato nel libro di Antonietta Laporta ” Costruire insieme è possibile”. Il libro è possibile acquistarlo collegandosi al seguente link:
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Il bambino e la coperta di Linus

L’oggetto transizionale
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“Era il giorno della befana, mi ricordo che mi svegliai e trovai nella cameretta delle nuove bambole. Ce n’era una che mi piacque più delle altre, e per tanto tempo è stata la mia compagna di gioco. Se mi fermo a pensare ricordo ancora le sensazioni legate a quella bambola: affetto e sicurezza. Poi, non so esattamente quando, non ne ho più avuto bisogno”. Oggi presumo che quella bambola sia stata il mio oggetto transizionale.

Per Winnicott­ la formazione degli oggetti transizionali fanno parte dello sviluppo evolutivo della persona, rappresenta una tappa evolutiva tra l’onnipotenza allucinatoria, che è tipico nei bambini , e il riconoscimento della realtà oggettiva. L’emergere della persona comporta un movimento da uno stato di onnipotenza illusoria, in cui un bambino tramite le facilitazioni materne, ha la sensazione di creare e di controllare il mondo in cui vive (ogni volta che piange, subito viene soddisfatto un suo bisogno), ad uno stato di percezione obbiettiva, in cui il bambino accetta i limiti dei suoi poteri e diventa consapevole dell’esistenza autonoma degli altri. Il movimento tra questi due stati, soggettività solipsistica e percezione obbiettiva, non è a senso unico, sia i bambini che gli adulti oscillano tra uno stato e l’altro. Le relazioni con oggetti transizionali costituiscono un terzo regno intermedio, di transizione tra questi due mondi, il mondo degli oggetti soggettivi, sui quali si ha il controllo totale , e il mondo degli altri, separati e indipendenti.
L’esperienza transizionale a causa della sua natura ambigua e paradossale, l’oggetto non è ne sotto controllo illusorio, onnipotente, e non fa parte di una realtà oggettiva, aiuta il bambino a negoziare il graduale spostamento dall’esperienza di sè come centro di un mondo totalmente soggettivo, al senso di sè come persona tra altri individui.
Tra il genitore e il bambino si crea un tacito accordo, un non farsi domande sulla natura e sulle origini del suo orsacchiotto, copertina ecc. L’adulto si comporta come se il bambino avesse creato l’oggetto e mantenesse il controllo su di esso, pur riconoscendone anche l’esistenza oggettiva nel mondo delle altre persone. Quando il bambino distrugge l’oggetto transizionale è perché ha cominciato a sperimentarlo come separato da sé, l’oggetto diventa reale.

Qual è la funzione della coperta di Linus?

  • si colloca tra il mondo interiore e quello esteriore e fa da tramite tra questi due mondi;
  • aiuta il bambino a compiere il passaggio fondamentale dalla dipendenza affettiva dalla madre a una primissima forma di indipendenza;
  • rende più sopportabile la separazione dalla mamma;
  • rassicura il bambino, perché il bambino non può esercitare un controllo totale sulla madre, ma può esercitarlo sull’oggetto.

L’esperienza transizionale resta un regno teneramente ricordato e altamente valutato nel corso dell’esperienza adulta sana. E’ qui che possiamo liberare la nostra fantasia, senza preoccuparci nè della logica nè della validità nel mondo reale. Si esprime con la capacità creativa, di giocare con le idee, di aprirsi alla novità e al cambiamento.

 

riferimenti bibliografici

Winnicott, Dalla pediatria alla psicanalisi­

Quando rivolgersi allo psicologo?

 

Durante una cena tra amici e parenti, mi capita spesso di essere presa in disparte e sentirmi chiedere: “Rosa poi ti devo chiedere una cosa, ultimanente mi capita di stare a casa e attaccarmi al cibo, non riesco a farne a meno, secondo te avrei bisogno di andare in terapia?” ” Ho la tendenza ad accumulare oggetti, non a livello del programma su real time “sepolti in casa”, ma non riesco a buttar via, secondo te devo andare da uno psicologo? “ “Penso di essere incinta, il mio compagno non vuole avere un figlio, io si, sono confusa tengo il figlio e lascio lui, non so?!!non so neanche se sono pronta a cambiare la mia vita, uno psicologo può aiutarmi a chiarirmi?” La mia risposta è: la psicoterapia fa sempre bene, non è utile solo per chi sta male.

E’ un sostegno efficace e duraturo a cui poter sempre ricorrere, non solo come strumento di “cura” ma anche come mezzo per migliorare il vivere quotidiano di tutti. Aiuta ad alleviare l’amarezza delle dissilusioni, delle idealizzazioni, nutrire aspettative realistiche, vivere in uno stato di realtà e benessere.

Cosa vuol dire vivere in uno stato di realtà e benessere?

Sentirsi amati e accettati così come si è: ansiosi , depressi, isterici, arrabbiati, felici, senza rinunciare al proprio sentire e al proprio punto di vista. Prendersi cura di se stessi ovvero porre l’attenzione su ciò che accade dentro di noi, sulle emozioni, sul sentire corporeo, sensazioni, e fuori di noi, riflettere sul nostro modo di essere e stare al mondo, favorendo lo sviluppo di un atteggiamento attivo, ad incidere sull’ambiente, trasformandoci in attori e non più spettatori. In quest’ottica, la scoperta, la novità, la curiosità diventano strumenti per trovare nuove direzioni, piuttosto che produrre ansia e impasse esistenziale. L’individuo, così, diviene consapevole delle proprie abilità e risorse che accrescono la propria autostima e capacità relazionali, diventa egli stesso strumento di cambiamento. Scegliere le persone di cui circondarsi e in mancanza di relazioni significative dare in benvenuto alla solitudine sana, ovvero un periodo dell’esistenza per rivedere e vivere la vita secondo i propri bisogni e valori. Mantenere nel cuore il desiderio di contatto con persone che hanno voglia e coraggio di vivere nonostante i momenti di dolore, angoscia e senso di impotenza, che sentono il sollievo del sostegno reciproco, il piacere della scoperta, che apprezzano il valore dell’autenticità, della vicinanza e della speranza.

Allora quando rivolgersi allo psicologo?

  • Quando ci si sente “bloccati” e non si vede una via d’uscita da una determinata situazione;
  • Ci si trova a chiedersi “conosci te stesso?” e “cosa vuoi?”;
  • Si vive un calo di motivazione e determinazione nei propri ambiti di vita;
  • si fatica a prendere la decisione “giusta”;
  • ci si focalizza troppo sul passato o ci si perde eccessivamente nel futuro.

In questi ultimi anni ho potuto osservare come l’intensità emotiva della condivisione e del sentirsi sostenuti in una relazione che cura, dà luogo a cambiamenti nella vita delle persone precedentemente ritenuti impossibili, lascia una traccia nel corpo e non viene dimenticata dalla memoria. ­

Perchè si diventa depressi

Il corpo e la depressione

In un violino quando le corde sono accordate nel modo giusto vibrano ed emettono un suono che può trasformarsi in una melodia lieta o triste, in una marcia funebre o in un inno alla gioia. Se le corde son mal accordate, il risultato sarà una cacofonia. Se sono allentate e senza tono, non si avrà nessun suono. Lo strumento sarà morto, incapace di rispondere. La persona depressa è simile al violino dalle corde flosce, incapace di rispondere. Vi è una mancanza di percezione di sè. La persona depressa non è consapevole delle limitazioni imposte dalle proprie rigidità muscolari, eppure queste limitazioni sono la causa della sua incapacità a realizzarsi come persona nel presente. Non sente i disturbi che si frappongono al funzionamento del proprio corpo, la motilità ridotta e la respirazione inibita. I segnali che arrivano dal corpo non sono ascoltati, vengono respinti, perché gli occhi sono rivolti a uno scopo futuro che è il solo ad avere un significato.

Depressione e i bisogni fondamentali degli individui
La depressione è diffusa oggi perchè molte persone perseguono degli scopi irreali che non hanno alcuna relazione diretta con i propri bisogni fondamentali di essere umani.

Bisogno d’amore. Ogni persona ha bisogno di amare, e ha bisogno di sentire che il suo amore in qualche misura è ricambiato. L’amore e l’affetto ci mettono in relazione con il mondo e ci danno il senso di appartenenza alla vita. Attraverso l’amore ci si esprime e ci si afferma.

L’espressione di sè è un altro bisogno fondamentale dell’essere umano, e significa espressione del sentimento. Nella persona depressa l’espressione di sè è gravemente limitata. Un altro bisogno fondamentale di tutti gli esseri umani è la libertà di esprimersi, di avere voce in capitolo nella propria vita. Vi sono delle prigioni interiori che impediscono l’espressione di sè, spesso sono inconsce come le barriere dei vari “si dovrebbe” e “non si dovrebbe”, che isolano, limitano e successivamente opprimono lo spirito dell’individuo. Vivendo all’interno di queste prigioni l’individuo darà sfogo a fantasie di libertà, pianifica la propria liberazione sogna un mondo nel quale la vita sarà diversa. Questi sogni così come le illusioni servono per sostenere lo spirito. Prima o poi i sogni svaniscono, l’illusione crolla, il piano fallisce e ci si scontra con la realtà. Quando si verifica tutto ciò l’individuo diventa depresso e si sente senza speranza.

Il lavoro sul corpo
Scopo della psicoterapia è quello di rilassare le contrazioni muscolari permettendo così di far affiorare alla coscienza le emozioni che hanno provocato questi blocchi e di restituire alla persona uno stato di naturale carica energetica. Partendo dall’analisi dei blocchi e delle tensioni somatizzate nel corpo arriva a decodificare le difese psichiche ed emotive che formano il carattere di una persona.Con un lavoro corporeo, attraverso l’espressione delle emozioni e il supporto di una elaborazione analitica, porta a ristabilire l’equilibrio dell’unità corpo-mente e a recuperare l’energia dentro di noi.

COME DIRE DI NO SENZA SENTIRSI IN COLPA

L’assertività è un approccio che ci mette in condizione di gestire in modo positivo e costruttivo i rapporti interpersonali. E’ la capacità di esprimere i propri sentimenti, scegliere come comportarsi in uno specifico contesto, difender i prori diritti quando necessario, esprimere serenamente un’opinione di dissacordo quando si ritiene opportuno, chiedere agli altri di modificare i loro atteggiamenti quando vengono percepiti come offensivi.

Il costrutto dell’assertività è costituito dall’idea di libertà come capacità di affrancarsi dai condizionamenti ambientali negativi e comprende la conoscenza di sé e della propria personalità, della teoria dei diritti assertivi (in ciò è inclusa l’idea della reciprocità, ovvero il medesimo diritto di comunicare desideri e convinzioni e di perseguire obiettivi individuali viene riconosciuto anche agli altri, il saper riconoscere e criticare le idee irrazionali che generano e mantengono i disagi e i disturbi emotivi). Il secondo aspetto riguarda la forma dell’assertività, ovvero la capacità di esprimersi in modo più evoluto ed efficace, tradotta quindi in abilità non verbali e verbali, e, più in generale, in competenza sociale. Tale aspetto è stato definito da L. Philhps (1968) come “l’ampiezza con cui l’individuo riesce a comunicare con gli altri, in modo da soddisfare diritti, esigenze, motivazioni e obblighi, in misura ragionevole e senza pregiudicare gli analoghi diritti delle altre persone, in forma di libero e aperto dialogo”. In questo caso la persona assertiva sa esprimere in modo chiaro e tecnicamente efficace, emozioni, sentimenti, esigenze e convinzioni personali riducendo sempre più le sensazioni d’ansia, disagio o aggressività.

DIRITTI ASSERTIVI

I diritti assertivi comprendono il rispetto di se stessi, delle proprie esigenze, sentimenti e convinzioni. Tali diritti sono necessari per costruire sentimenti e pensieri positivi come l’autostima e la fiducia. Riconoscerli e rispettarli significa anche riconoscerli e rispettarli negli altri.

Ma vediamo quali sono questi diritti assertivi

  • il diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro

  • il diritto di dire “No”

  • il diritto di mantenere la propria dignità agendo in modo assertivo, anche se ciò urta qualcun altro, a condizione che il movente sia assertivo e non aggressivo.

  • il diritto di fare richieste ad un’altra persona, dal momento che riconosco all’altro l’identico diritto di rifiutare.

  • il diritto ridiscutere il problema con la persona interessata, e di giungere a un chiarimento.

  • il diritto ad attuare i propri diritti ed al rispetto altrui dei propri diritti.

  • il diritto di avere idee, opinioni, punti di vista personali e non necessariamente coincidenti con quelli degli altri

  • il diritto a che le proprie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre persone

  • il diritto ad avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone

  • il diritto a provare determinati stati d’animo ed a manifestarli in modo assertivo se si decide di farlo

  • il diritto di commettere degli errori, in buona fede

  • il diritto di decidere di sollevare una determinata questione o, viceversa, di non sollevarla

  • il diritto di essere realmente se stessi, anche se questo significa a volte contravvenire a delle aspettative esterne

  • il diritto di chiedere aiuto.

E’ difficile essere assertivi, ma alcune tecniche possono aiutarci:

  • Esprimere empatia con l’altro (sono partecipe del….)

  • Descrivere il comportamento che ha un impatto negativo su di noi

  • Esprimere il sentimento conseguente al suddetto comportamento

  • Spiegare il sentimento (perché mi sento così)

  • Specificare il cambiamento desiderato nel comportamento

  • Analizzare le conseguenze positive se ci sarà il cambiamento

  • Analizzare le conseguenze negative se non ci sarà il cambiamento

  • Confermare la relazione (te lo dico perché ci tengo)

  • Richiedere di risolvere insieme il problema (come posso aiutarti?)

L’eroismo invisibile delle donne

La visione della Gestalt psicosociale sull’autostima include il valore delle azioni ordinarie nella relazione. Erving Poster in “Ogni vita merita un romanzo” dimostra come nel processo terapeutico il paziente quando racconta gli eventi della propria vita narra gli episodi drammatici o eventi a cui attribuisce un valore straordinario e tende a mettere in ombra e a non valorizzare tutto ciò che è ordinario. Questa istanza eroica eccezionale è influenzata dal modello eroico che abbiamo interiorizzato, che ci è stato trasmesso dalla cultura d’appartenenza, ciò comporta un dislivello tra l’ideale dell’io e la vita quotidiana, quest’ultima fatta di tanti episodi che non ci sembrano rilevanti, perché siamo alla ricerca di situazioni straordinarie.

La mitologia greco-romana ci ha descritto l’eroe come un essere sovrumano, a metà tra un mortale ed una divinità, che compiva imprese straordinarie degne di gloria. La concezione di eroe classico così come raccontata dai miti è molto distante dall’eroismo che riscontriamo nella vita di ognuno di noi, azioni che si esplicano nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni e che spesso restano silenziose proprio perché sembrano non degne di nota. Miriam Polster (1992) ha identificato alcune caratteristiche dell’eroe classico, e ha provato a descrivere un eroismo rapportato alle difficoltà umane dei nostri giorni. La prima caratteristica è quella di nutrire un profondo rispetto per la dignità e il valore della vita umana. L’eroe classico arrivava al galoppo su un cavallo magico e salvava la principessa dal dragone. Esiste, però, un’altra forma di eroismo, l’eroismo tranquillo e poco drammatico della gente comune che fa semplicemente ciò che ritiene essere “giusto”, senza bandiere, senza fanfare e trombe, ma rispettando e preservando la dignità umana. A volte questo bisogno lo riscopriamo in terapia laddove il paziente non considera la propria vita con dignità. Spesso la terapia è il primo momento in cui questa prospettiva si insinua nella mente del paziente. Accade di continuo che quando una donna abbia fatto qualcosa di eroico, lo spieghi di sottotono dicendo: “Ho fatto solo il mio lavoro” oppure “Chiunque avrebbe fatto la stessa cosa”. La dignità ed il valore di una vita umana non stanno soltanto nella vita degli altri, bensì nella vita propria del paziente, quando i terapeuti evocano tutto questo non fanno altro che restituire equilibrio ed opportunità.

La seconda qualità eroica è il senso della scelta personale. L’eroe non si considera un soggetto passivo che sopporta semplicemente ciò che avviene, ma si sente un individuo in grado di determinare dei cambiamenti. L’eroe percepisce che qualcosa è ingiusto, che non funziona e si rende conto di dover essere colui che prende posizione o determina dei cambiamenti. Un esempio classico è Antigone che perse la vita per seppellire il corpo del proprio fratello Polinice, nel rispetto che ella riteneva fosse dovuto anche ad un guerriero sconfitto. Noi vediamo questo tipo di comportamento in forma minore, ma il senso eroico dell’essere agenti rimane chiaro. La terza qualità dell’ Eroe è la sua prospettiva originale. L’eroe è in grado di vedere la situazione non per quello che é, ma per come questa potrebbe essere. Partendo da tale prospettiva ed affiancandola al senso di attività personale, l’eroe si mette in moto per operare dei cambiamenti. Nella vita di tutti i giorni è possibile identificare tante donne e uomini che si adoperano per cambiare situazioni che sembrano croniche e senza possibilità di soluzione. La quarta qualità è rappresentata dal coraggio mentale e fisico. Si tratta di una qualità classica, che tutti i nostri eroi sembrano possedere: Davide che affronta Golia, Ercole che uccide il leone di Nemea. La quinta caratteristica dell’eroismo è che non importa se esso sia pubblico o privato, basta che una sola persona ne sia a conoscenza e ne rimanga incoraggiata, affinché esso sia valido e serva il suo scopo eroico. Come terapeuti abbiamo ampie opportunità di vedere l’eroismo tranquillo e trascurato nelle vite dei nostri pazienti e di lavorare insieme a loro per rivendicarlo, offrire una immagine più realistica dell’eroismo contemporaneo potrebbe servire a ridurre la distanza tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, vederlo come una figura raggiungibile, offre migliori possibilità di mobilitare il senso personale dell’eroismo di cui tutti quanti abbiamo bisogno nei momenti difficili della nostra vita.L’ eroismo ordinario, quello alla portata di tutti nei gesti ordinari, la vita quotidiana è piena. L’eroismo invisibile delle donne, per esempio, è molto spesso sottaciuto dalla donna stessa che non si rende conto, o da per scontate tutte quelle parti di sé che lavorano instancabilmente per gli altri.

Preghiera della Gestalt

“Io sono io. Tu sei tu.

Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.

Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.

Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.

Se ci incontreremo sarà bellissimo;

altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.

” Se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo,

del modo in cui produci i tuoi sintomi,

del modo in cui produci la tua malattia,

del modo in cui produci la tua esistenza,

al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso,

allora ha inizio la crescita, ha inizio l’integrazione”

“Assumersi responsabilità per un altro,

interferire con la sua vita e sentirsi onnipotenti sono la stessa cosa”

“Sarò con te. Sarò con te con il mio interesse,

la mia noia, la mia pazienza, la mia rabbia, la mia disponibilità.

Sarò con te (…) ma non ti posso aiutare.

Sarò con te. Tu farai quello che riterrai necessario”

“La consapevolezza di per sè può essere curativa.

Dato che con una piena consapevolezza si diventa autoconsapevoli

dell’autoregolazione dell’organismo,

si può lasciare che l’organismo prenda in mano la situazione senza interferire,

senza interrompere: della saggezza dell’organismo ci si può fidare.

Di contro a questo atteggiamento troviamo l’intera patologia

dell’automanipolazione, del controllo ambientale e via dicendo,

che interferisce coni sottili meccanismi dell’autoregolazione dell’organismo”

Friedrich Salomon Perls

Il senso di sé e l’autostima

Ancor prima della parola, abbiamo fatto l’esperienza dell’attaccamento sicuro o ambivalente con la figura significativa, tale esperienza è così fondamentale da influenzare il modo in cui creiamo relazioni o ci innamoriamo.

L’attaccamento che è una tendenza innata nell’uomo, come negli animali, a ricercare la vicinanza protettiva di una figura di riferimento ogni volta che ci troviamo in situazioni di pericolo, stress, dolore.  Il comportamento di attaccamento, che Bowlby distingue dall’attacamento come tendenza innata,  viene definito come quel comportamento volto a ricercare o mantenere una prossimità nei confronti di una persona particolare che è ritenuta capace di affrontare il mondo e proteggerci. Tale comportamento si accentua in situazioni di stress e pericolo, si attenua quando si riceve conforto e cure. Il comportamento di attaccamento rappresenta una caratteristica della prima infanzia, ma persiste durante l’interno ciclo di vita specialmente nei momenti di emergenza. Sulla struttura di questo modello l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto… Dalla struttura del modello di attaccamento dipende inoltre la sua fiducia  che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano” (J. Bowlby, 1975).

IL sè

Analogamente, nel modello operativo del Sè che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento . Uno sviluppo sano secondo Winnicott, esige un “ambiente perfetto”, ovvero una madre le cui preoccupazioni materne rendono possibile una sensibilità molto precisa ed acuta ai bisogni e gesti del figlio. La madre funziona come uno specchio e fornisce al bambino un riflesso esatto dei suoi gesti e della sua esperienza, nonostante siano frammentati e informi, “quando guardo, sono visto, quindi esisto” (1974,134). E’ estremamente importante per la mamma, non solo modellare il mondo in base ai suoi bisogni, ma anche fornirgli una presenza non impegnativa, quando il bambino non fa richieste e non esprime bisogni. Questo permette di far emergere, sentire bisogni e gesti spontanei, di fare richieste esplicite, di trovare dentro o fuori la relazione il soddisfacimento. La bidirezionalità di questo primo scambio, stare nella relazione e uscire, consente al bambino lo sviluppo di un senso di sicurezza e di fiducia in sé, nonché un rafforzamento della relazione tra lui e l’adulto.

Scambio relazionale

Si instaura così un circolo virtuoso in cui il bambino accrescerà la sua autostima e la capacità di gestione delle situazioni in cui dovrà confrontarsi. Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti che possono aiutarlo a difendersi, anche se in modo disfunzionale per la sua crescita e il suo benessere futuro. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro. Il bisogno di attaccamento imprimerà nel bambino la necessità di modellare se stesso sull’altro e gli procurerà, nella ricerca di questo adattamento creativo tra sé e l’ambiente, ferite, delusioni, paure di morte.

Il bisogno di esplorazione

La relazione non sempre è in grado di contenere e soddisfare i bisogni e le necessità del bimbo. Egli pur mantenendo la tendenza alla relazione, comincerà a dar sfogo al bisogno di esplorazione, dirigendosi verso l’ambiente nel tentativo di cercare nuovamente la rassicurante sensazione di piacere. Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o insicurezza) interiore che il bambino sviluppa sono connessi alla futura capacità di auto-realizzazione.

La capacità di affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento, dipenderà proprio dal senso di sé che si è potuto sviluppare in questa fase della vita. Queste prime rappresentazioni di sè e degli altri significativi e delle reciproche interazioni assumono un valore regolativo e predittivo per le future interazioni e modalità di percepire sè e gli altri in genere. Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. L’essere autonomo nella relazione, il divenire in grado di allontanarsi dalla famiglia sono strettamente connessi al senso di fiducia in sé, e ciò è più facile se si ha avuto una madre responsiva e non invasiva o invischiante. Da una buona esperienza di appartenenza si sviluppa una funzionale capacità di autonomia.

Il lavoro terapeutico

 Il lavoro terapeutico in questo contesto è utile per poter esplorare come creiamo le relazioni, capire quanto i nostri atteggiamenti siano il risultato delle esperienze di attaccamento e come poter ristrutturare i modelli disfunzionali per poter avere relazioni più sane. Ridefinire le nostre aspettative e i giudizi su di sé e sugli altri.

Io, Psicologa

Nel novembre 2007 ho iniziato a lavorare presso un’associazione onlus, come educatrice professionale, per svolgere attività di promozione dell’ autonomia e dell’integrazione sociale dei bambini e degli adolescenti affetti dal Disturbo Pervasivo del Comportamento Evolutivo. La laurea in psicologia, mi rendevo conto, non bastava per affrontare problematiche così difficili. Decisi di cercare una scuola di specializzazione che potesse fornirmi gli strumenti adeguati per accostarmi in modo più efficace e professionale alla psicopatologia. Frequentai un workshop proposto dalla scuola di formazione“ Società Italiana Gestalt”, e capii subito che era la scuola adatta per me e mi iscrissi. Mentre frequentavo il corso acquisivo una cassetta degli attrezzi contenente una vasta gamma di tecniche che applicavo su di me e nel mio lavoro con i bambini e adolescenti presi in carico.

L’osservazione fenomenologica, l’empatia, i livelli dell’esperienza mi permettevano di orientarmi nel rapporto con i miei ragazzini che mostravano deficit nell’area affettiva, sociale e scolastica. L’ascolto interno facilitava la relazione. Attraverso la griglia del ciclo di contatto, lavoravo sull’area personale e mi allenavo a individuare e rendere consapevole l’altro delle sue concrete risorse per la propria autoaffermazione. Il Ciclo di Relazione nel mio lavoro ha rappresentato un utile griglia di lettura per osservare i modi con i quali i ragazzi/e entrano in relazione e interrompono il contatto, le modalità di resistenza al contatto come adattamento creativo la cui funzione è quella di gestire un mondo difficile, che mi sosteneva nel progettare i miei interventi, individuare le aree che presentavano margini di miglioramento, e pormi nuovi obiettivi. I bambini ed adolescenti che ho seguito presentavano una bassa autostima, ricevono minori apprezzamenti e riconoscimenti sociali, presentano comportamenti auto e etoroaggressivi, difficoltà connesse al senso di frammentarietà dell’identità, al disagio che permea le relazioni, alla incapacità diffusa di gestire i sentimenti forti. La Gestalt Psicosociale mi ha fornito un metodo che definisce fasi e tappe del percorso in cui l’individuo sia motivato a consolidare il senso di autoaffermazione e di capacità di gestione delle relazioni.
La collaborazione con il “centro Maree” gestito dall’Associazione Differenza Donna, mi ha permesso di osservare la forza della resilienza­ , ovvero la capacità delle donne e bambini ospiti del centro di far fronte agli eventi stressanti e traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la vita che avevano ripreso in mano.
Tramite Associazione Scalea 93, dove ho svolto il lavoratorio su ” Arte terapia, immagine e pittura”, sono entrata in contatto con i pazienti affetti da disagio psichiatrico, ai quali va un ringraziamento per avermi fatto entrare nel loro mondo, tramite due tra i miei maggiori interessi la pittura e la narrazione.