Il percorso di psicoterapia

Il percorso di psicoterapia e l’obiettivo mi piace raccontarlo attraverso ” Favola d’amore” di Hermann Hesse. L’atteggiamento di Pictor é simile a quello dei pazienti che alle prime sedute, in maniera confusa, chiedono risposte e soluzioni al loro stato di sofferenza all’interno delle relazioni d’amore, lavorative e sociali. L’obiettivo è quello di acquisire consapevolezza e modificare o abbandonare comportamenti e atteggiamenti non funzionali. Ma per scoprire che tutto è già presente nel qui e ora abbiamo bisogno di muoverci e affrontare le nostre paure, i nostri bisogni, perderci nel mondo per poi ritrovarci. Il viaggio di Pictor-paziente inizia e termina con il recupero delle parti alienate dal sé e vissute come contraddittorie. Nel momento dell’integrazione e dell’unione delle parti opposte, finalmente può ritrovare la sua interezza. Ed è  solo attraverso questa stessa interezza che l’uomo consapevolmente e senza paura può abbandonarsi al flusso “fatato del divenire” ed aspirare  finalmente al suo reale benessere. L’angoscia  dell’ignoto, la paura del dolore, il senso di impotenza che lo portano ad evitare un contatto pieno con realtà che sta vivendo, possono lasciare il posto alla possibilità di sperimentare un senso di presenza che è necessario ad agire in maniera efficace e adeguata nella propria vita.

Favola d’amore

Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con riverenza e chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. Ma quando, invece dell’albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt’occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita. E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. 
Il sole annuì e sorrise. Fiori meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi, con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri annuivano e non sorridevano: ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel loro profumo si fondevano. Un fiore cantò la canzone del lillà, un fiore cantò la profonda ninna nanna azzurra. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro gli ricordava il primo amore. Uno aveva il profumo del giardino dell’infanzia, il suo dolce profumo risuonava come la voce della mamma. Un altro, ridendo, allungò verso di lui la sua rossa lingua curva. Egli vi leccò, aveva un sapore forte e selvaggio, come di resina e di miele, ma anche come di un bacio di donna. 
Tra tutti questi fiori stava Pictor, pieno di struggimento e di gioia inquieta. Il suo cuore, quasi fosse una campana, batteva forte, batteva tanto; il suo desiderio ardeva verso l’ignoto, verso il magicamente prefigurato. 
Pictor scorse un uccello sull’erba posato e di luminosi colori ammantato, di tutti i colori il bell’uccello sembrava dotato. Al bell’uccello variopinto egli chiese: “Uccello, dove è dunque la felicità?”. 
“La felicità?” disse il bell’uccello e rise con il suo becco dorato, “la felicità, amico, è ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli”. 
Con queste parole l’uccello spensierato scosse le sue piume, allungò il collo, agitò la coda, socchiuse gli occhi, rise un’ultima volta e poi rimase seduto immobile, seduto fermo nell’erba, ed ecco: l’uccello era diventato un fiore variopinto, le piume si erano trasformate in foglie, le unghie in radici. Nella gloria dei colori, nella danza e negli splendori, l’uccello si era fatta pianta. Pictor vide questo con meraviglia. 
E subito il fiore-uccello cominciò a muovere le sue foglie e i suoi pistilli, già era stanco del suo essere fiore, già non aveva più radici, scuotendosi un po’ si innalzò lentamente e fu una splendida farfalla, che si cullò nell’aria, senza peso, tutta di luce soffusa, splendente nel viso. Pictor spalancò gli occhi dalla meraviglia. 
Ma la nuova farfalla, l’allegra variopinta farfalla-fiore-uccello, il luminoso volto colorato volò intorno a Pictor stupefatto, luccicò al sole, scese a terra lieve come un fiocco di neve, si sedette vicino ai piedi di Pictor, respirò dolcemente, tremò un poco con le ali splendenti, ed ecco, si trasformò in un cristallo colorato, da cui si irraggiava una luce rossa. Stupendamente brillava tra erbe e piante, come rintocco di campana festante, la rossa pietra preziosa. Ma la sua patria, la profondità della terra, sembrava chiamarla; subito incominciò a rimpicciolirsi e minacciò di scomparire. Allora Pictor, spinto da un anelito incontenibile, si protese verso la pietra che stava svanendo a la tirò a sé. Estasiato, immerse lo sguardo nella sua luce magica, che sembrava irraggiargli nel cuore il presentimento di una piena beatitudine. 
All’improvviso, strisciando sul ramo di un albero disseccato, il serpente gli sibilò nell’orecchio:” La pietra ti trasforma in quello che vuoi. Presto, dille il tuo desiderio, prima che sia troppo tardi!”. 
Pictor si spaventò e temette di vedere svanire la sua fortuna. Rapido disse la parola e si trasformò in un albero. Giacché più di una volta aveva desiderato essere albero, perché gli alberi gli apparivano così pieni di pace, di forza e di dignità. 
Pictor divenne albero. Penetrò con le radici nella terra, si allungò verso l’alto, foglie e rami germogliarono dalle sue membra. Era molto contento. Con fibre assetate succhiò nelle fresche profondità della terra e con le sue foglie sventolò alto nell’azzurro. Insetti abitavano nella sua scorza, ai suoi piedi abitavano il porcospino e il coniglio, tra i suoi rami gli uccelli. 
L’albero Pictor era felice e non contava gli anni che passavano. Passarono molti anni prima che si accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Solo lentamente imparò a guardare con occhi d’albero. Finalmente poté vedere, e divenne triste. 
Vide infatti che intorno a lui nel paradiso gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto anzi scorreva in un flusso incantato di perenni trasformazioni. Vide fiori diventare pietre preziose o volarsene via come folgoranti colibrì. Vide accanto a sé più d’un albero scomparire all’improvviso: uno si era sciolto in fonte, un altro era diventato coccodrillo, un altro ancora nuotava fresco e contento, con grande godimento, come pesce allegro guizzando, nuovi giochi in nuove forme inventando. Elefanti prendevano la veste di rocce, giraffe la forma di fiori. 
Lui invece, l’albero Pictor, rimaneva sempre lo stesso, non poteva più trasformarsi. Dal momento in cui capì questo, la sua felicità se ne svanì: cominciò ad invecchiare e assunse sempre più quell’aspetto stanco, serio e afflitto, che si può osservare in molti vecchi alberi. Lo si può vedere tutti i giorni anche nei cavalli, negli uccelli, negli uomini e in tutti gli esseri: quando non possiedono il dono della trasformazione, col tempo sprofondano nella tristezza e nell’abbattimento, e perdono ogni bellezza. 
Un bel giorno, una fanciulla dai capelli biondi e dalla veste azzurra si perse in quella parte del paradiso. Cantando e ballando la bionda fanciulla correva tra gli alberi e prima di allora non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Più di una scimmia sapiente sorrise al suo passaggio, più di un cespuglio l’accarezzò lieve con le sue propaggini, più di un albero fece cadere al suo passaggio un fiore, una noce, una mela, senza che lei vi badasse. 
Quando l’albero Pictor scorse la fanciulla, lo prese un grande struggimento, un desiderio di felicità come non gli era ancora mai accaduto. E allo stesso tempo si trovò preso in una profonda meditazione, perché era come se il suo stesso sangue gli gridasse :” Ritorna in te! Ricordati in questa ora di tutta la tua vita, trovane il senso, altrimenti sarà troppo tardi e non ti sarà più data alcuna felicità”. Ed egli ubbidì. 
Rammemorò la sua origine, i suoi anni di uomo, il suo cammino verso il paradiso, e in modo particolare quell’istante prima che si facesse albero, quell’istante meraviglioso in cui aveva avuto in mano quella pietra fatata. Allora, quando ogni trasformazione gli era aperta, la vita in lui era stata ardente come non mai! Si ricordò dell’uccello che allora aveva riso e dell’albero con la luna e il sole; lo prese il sospetto che allora avesse perso, avesse dimenticato qualcosa, e che il consiglio del serpente non era stato buono. 
La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell’albero Pictor, alzò lo sguardo e sentì, con un improvviso dolore al cuore, nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei. Attratta dalla forza sconosciuta si sedette sotto l’albero. Esso le appariva solitario, solitario e triste, e in questo bello, commovente e nobile nella sua muta tristezza; era incantata dalla canzone che sussurrava lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l’albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore. Il suo cuore era stranamente dolente, nel cielo della sua anima scorrevano nuvole, dai suoi occhi cadevano lentamente pesanti lacrime. Cosa stava succedendo? Perché doveva soffrire così? Perché il suo cuore voleva spaccare il petto e andare a fondersi con lui, con esso, con il bel solitario? L’albero tremò silenzioso fin nelle radici, tanto intensamente raccoglieva in sé ogni forza vitale, proteso verso la fanciulla, in un ardente desiderio di unione. Ohimé, perché si era lasciato raggirare dal serpente per essere confinato così, per sempre, solo in un albero! Oh, come era stato cieco, come era stato stolto! Davvero allora sapeva così poco, davvero allora sapeva così poco, davvero era stato così lontano dal segreto della vita? No, anche allora l’aveva oscuramente sentito e presagito, ohimé! E con dolore e profonda comprensione pensò ora all’albero che era fatto di uomo e di donna! 
Venne volando un uccello, rosso e verde era l’uccello, ardito e bello , mentre descriveva nel cielo un anello. La fanciulla lo vide volare, vide cadere dal suo becco qualcosa che brillò rosso come sangue, rosso come brace, e cadde tra le verdi piante, splendette di tanta familiarità tra le verdi piante, il richiamo squillante della sua rossa luce era tanto intenso, che la fanciulla si chinò e sollevò quel rossore. Ed ecco che era un cristallo, un rubino, ed intorno ad esso non vi può essere oscurità. 
Non appena la fanciulla ebbe preso la pietra fatata nella sua mano bianca, immediatamente si avverò il sogno che le aveva riempito il cuore. La bella fu presa, svanì e divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò dal suo tronco come un robusto giovane ramo che rapido si innalzò verso di lui. 
Ora tutto era a posto, il mondo era in ordine, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un vecchio albero intristito, ora cantava forte Pictor. Vittoria. Era trasformato. E poiché questa volta aveva raggiunto la vera, l’eterna trasformazione, perché da una metà era diventato un tutto, da quell’istante poté continuare a trasformarsi, tanto quanto voleva. Incessantemente il flusso fatato del divenire scorreva nelle sue vene, perennemente partecipava della creazione risorgente ad ogni ora. 
Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente, nuvola e uccello. In ogni forma però era intero, era un “coppia”, aveva in sé luna e sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per le terre, stava come stella doppia in cielo.

Attaccamento e esplorazione

Lo sviluppo dell’individuo è caratterizzato dall’alternarsi di due dinamiche fondamentali: l’attaccamento e l’esplorazione. Da un lato il bisogno di attaccamento determina le nostre modalità di relazione e ci spinge verso il riconoscimento della compresenza dell’io e del tu nel campo relazionale (Menditto e Rametta, 2001); dall’altro il bisogno di esplorazione ci attiva ad affermare il nostro bisogno di indipendenza e autonomia. La spinta all’esplorazione tende alla rottura delle situazioni di equilibrio, di stasi. L’individuo tende a conservare la relazione con le sue figure significative, ma nello stesso tempo si muove per realizzare i propri scopi e obiettivi nell’ambiente altro. Queste due tendenze sono responsabili dell’equilibrio del Sé, avere successo e riuscire si combina con la tendenza a piacere ed essere amato. L’ambiente famigliare e culturale non sempre permette all’individuo di soddisfare la sua spinta all’esplorazione, così accade che per sopravvivere al rifiuto, alla disistima e alle ferite, impara a modellare o inibire tutti i comportamenti che producono una valutazione negativa del senso del proprio valore da parte degli adulti. Egli impara a relazionarsi all’ambiente anche in situazioni difficili che richiedono che il senso di separazione non emerga in modo minaccioso. Il bambino, attraverso tentativi ed errori, scoprirà modi che neutralizzano gli attacchi al suo bisogno di appartenenza e che gli consentano di adattarsi creativamente all’ambiente, modalità che in Gestalt vengono chiamate “modalità di resistenza al contatto”. Quest’ultime sono funzionali all’individuo per sopravvivere ad una situazione di disagio, nel momento in cui esse diventano rigide, avviene che il soggetto si identifica con una delle sue maschere, una costruzione mentale di sé che chiama ‘io’. Una difesa per affrontare il mondo, che gli dà la certezza di esistere e di non sperimentare l’angoscia dell’ignoto.

Bibliografia

F. Perls, La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma 1980
H. Hesse, Favola d’amore, Stampa Alternativa, Terni 1996
H. Hesse, Sull’amore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1988

 

Il difficile equilibrio tra indipendenza e unione nella relazione di coppia

Ancor prima della parola, abbiamo fatto l’esperienza dell’attaccamento sicuro o ambivalente con la figura significativa, tale esperienza è così fondamentale da influenzare il modo in cui creiamo relazioni o ci innamoriamo. La dinamica dell’innamoramento, quindi, inizia precocemente, nei primi sguardi amorevoli o ansiosi che riceviamo da piccole. Appena nati, apriamo gli occhi al mondo e incontriamo un altro sguardo che ci da la sensazione di sentirci riconosciuti, amati, curati. Ed è quello sguardo che per tutta la vita ricercheremo negli occhi degli altri. Sarà capitato a tutte di affermare dopo la chiusura di una storia d’amore finita male di dire ” basta non sono fatta per stare in coppia”, ma poi incontriamo un altro sguardo e rimaniamo incantati, incatenati, legati.
Si nasce con una forte diponibilità a legarsi e slegarsi infatti per tutta la vita ci destreggiamo per trovare l’equilibrio tra libertà o separazione da una parte e l’affiliazione o unione dall’altra 1(E. Poster pag. 95, 1973). L’individuo oscilla continuamente tra l’indipendenza nella relazione e l’unione. La funzione che sintetizza il bisogno di unione – separazione è il contatto. Il contatto non è semplicemente stare insieme, ma in Gestalt Psicosociale è il territorio dove percepiamo il legame con l’altro, e nello stesso tempo, la necessità di slegarci dall’altro, il luogo dove si gioca l’esperienza della relazione e dell’autonomia 2(Menditto, 2004, 52). Ciò che distingue il contatto dallo spirito gregario è che l’esperienza avviene al confine, in cui permane un senso di separazione, di modo che non c’è pericolo che l’unione sopraffaccia la persona.
Nella società odierna molte relazioni sono accumunate da un vissuto angosciante di essere invasi o rifiutati.
E’ possibile mantenere quell’equilibrio tra distanza e prossimità che consente di scaldarsi il cuore e la mente, senza farsi male? Rispondo a questa domanda con una metafora:
I porcospini di Schopenhauer
In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini. Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male.
La metafora dei porcospini rappresenta il bisogno di dipendenza e indipendenza in una coppia, suggerisce il modo di creare una discreta intimità che faciliti l’ascolto reciproco, di state in contatto l’uno con l’altro senza nuocersi , salvaguardando quella giusta distanza che consente di rispettarsi e di scaldare il cuore.

Il mio invito è di realizzare l’autonomia nel rapporto e non dal rapporto.

Rosa Attollino

1 Polster, Terapia della gestalt integrata, profili di teoria e pratica, 1973

2 Menitto, Autostima al femminile Rappresentazione di sé, potere e seduzione, 2004

Cos’è l’autostima?

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, sul modo in cui l’alternarsi di successi e fallimenti è stato interiorizzato nei diversi momenti della nostra vita e si modella in rapporto all’immagine che gli altri ci rimandano, alle loro valutazioni più o meno comprensive e incoraggianti.

La tendenza a consolidare un senso positivo di noi stessi e a mantenere un costruttivo rapporto con la realtà per quella che è, riguarda un’assoluta necessità che si radica nei primissimi giorni di vita e che proseguirà per l’intera esistenza. L’autostima si crea nei primi sguardi amorevoli o ansiosi che riceviamo, riflette, in gran parte, quanto ci siamo sentite amate e considerate nella nostra infanzia.

Il percorso per accrescere l’autostima

Il percorso verso lo sviluppo di una buona autostima prevede l’apprendimento consapevole della capacità di scelta e attenua la tendenza ad adeguarsi in modo passivo ai modelli sociali imperanti, all’ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni. Ha come obiettivo la conoscenza consapevole e concreta delle proprie abilità e risorse.Il cambiamento è lento e graduale, ed è favorito da tre fattori che in Gestalt chiamiamo “Confidence”, “Competence” e “Contatto”.

Confidence

La confidence, ovvero stare in confidenza con, è il momento in cui riusciamo a stare in contatto con ciò che facciamo nel qui ed ora, dell’ascolto e dell’accoglienza dei movimenti interiori o esteriori impercettibili che ci guidano verso la consapevolezza autentica del sentire. In questa fase, tutti i livelli dell’esperienza ( il corporeo, sensorio, immaginativo, emotivo, cognitivo verbale) sono strumenti preziosi di guida ( Rametta, 1996)¹. Un giorno riproducevo un famoso quadro di E. Munch “Inger sulla spiaggia” che ritrae la sorella Inger seduta da sola sulla spiaggia della piccola città di Asgardstrand, luogo di villeggiatura di Munch. Il paesaggio sintetico ed essenziale di una notte d’estate, dai toni grigi e bluastri, la luminosità pallida del mare, l’espressione del volto della ragazza, statica e fissa, il vestito bianco e luminoso, la tenue luce estiva del nord, faceva emergere in me una malinconia generale e un senso di sospensione emotiva. La mia attenzione era rivolta ad un masso roccioso che si distingueva dagli altri per il suo colore più vivace e, nonostante la sua grandezza e corposità, restava a galla. Mentre dipingevo il sasso roccioso, emergeva come per magia, la mia sensazione di pesantezza. Su quel sasso avevo proiettato il mio stato d’animo, e come uno specchio rifletteva l’esperienza che vivevo in quel momento. Ero pesante ma non affondavo. Presi consapevolezza del mio bisogno di separarmi dalle relazione di amicizia che avevo instaurato con le ragazze con cui abitavo, per cercare una sistemazione abitativa più adatta a me e che avevo ancora la forza di reagire. All’improvviso quel sasso mise le ali.

La Competence

Restare in ascolto con il dentro e il fuori, percepire le emozioni e le sensazioni di questa esperienza senza scappare in fantasie che generano ansia, può essere un ottimo allenamento alla “confidence” ma di per sé non è sufficiente per generare un cambiamento. La consapevolezza di ciò che si vuole, così come di qualsiasi esperienza, dirige, mobilità, incanala l’energia e focalizza le azioni per raggiungere un obiettivo. La Competence include la conoscenza consapevole e concreta delle proprie abilità e risorse. È la fase in cui ci addestriamo a mettere in pratica i nuovi strumenti e conoscenze apprese, in cui percepiamo che il cambiamento sta avvenendo e si sta stabilizzando. Ciò consente di poter simbolizzare nella nostra identità “l’essere esperta/o di…” e consolida il nostro senso di sicurezza.

Il contatto

La terza fase riguarda l’abilità di aprirsi al “contatto” e alla relazione. In questa tappa, la possibilità di sperimentare nuove parti di sè in un gruppo terapeutico, di lavoro, la famiglia o amici, facilità il percorso di cambiamento. Il gruppo svolge la funzione di “cassa di risonanza”, ci offre la possibilità di verificare come questa nuova parte di noi possa essere accolta dagli altri. Riconoscere una nuova parte di noi vuol dire riconoscere noi stessi, riconoscere gli altri e, anche farci riconoscere dagli altri.

 

¹ Rametta F. 1996, I livelli dell’esperienza, Segnature, Roma

Il senso di sé e l’autostima

Ancor prima della parola, abbiamo fatto l’esperienza dell’attaccamento sicuro o ambivalente con la figura significativa, tale esperienza è così fondamentale da influenzare il modo in cui creiamo relazioni o ci innamoriamo.

L’attaccamento che è una tendenza innata nell’uomo, come negli animali, a ricercare la vicinanza protettiva di una figura di riferimento ogni volta che ci troviamo in situazioni di pericolo, stress, dolore.  Il comportamento di attaccamento, che Bowlby distingue dall’attacamento come tendenza innata,  viene definito come quel comportamento volto a ricercare o mantenere una prossimità nei confronti di una persona particolare che è ritenuta capace di affrontare il mondo e proteggerci. Tale comportamento si accentua in situazioni di stress e pericolo, si attenua quando si riceve conforto e cure. Il comportamento di attaccamento rappresenta una caratteristica della prima infanzia, ma persiste durante l’interno ciclo di vita specialmente nei momenti di emergenza. Sulla struttura di questo modello l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto… Dalla struttura del modello di attaccamento dipende inoltre la sua fiducia  che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano” (J. Bowlby, 1975).

IL sè

Analogamente, nel modello operativo del Sè che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento . Uno sviluppo sano secondo Winnicott, esige un “ambiente perfetto”, ovvero una madre le cui preoccupazioni materne rendono possibile una sensibilità molto precisa ed acuta ai bisogni e gesti del figlio. La madre funziona come uno specchio e fornisce al bambino un riflesso esatto dei suoi gesti e della sua esperienza, nonostante siano frammentati e informi, “quando guardo, sono visto, quindi esisto” (1974,134). E’ estremamente importante per la mamma, non solo modellare il mondo in base ai suoi bisogni, ma anche fornirgli una presenza non impegnativa, quando il bambino non fa richieste e non esprime bisogni. Questo permette di far emergere, sentire bisogni e gesti spontanei, di fare richieste esplicite, di trovare dentro o fuori la relazione il soddisfacimento. La bidirezionalità di questo primo scambio, stare nella relazione e uscire, consente al bambino lo sviluppo di un senso di sicurezza e di fiducia in sé, nonché un rafforzamento della relazione tra lui e l’adulto.

Scambio relazionale

Si instaura così un circolo virtuoso in cui il bambino accrescerà la sua autostima e la capacità di gestione delle situazioni in cui dovrà confrontarsi. Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti che possono aiutarlo a difendersi, anche se in modo disfunzionale per la sua crescita e il suo benessere futuro. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro. Il bisogno di attaccamento imprimerà nel bambino la necessità di modellare se stesso sull’altro e gli procurerà, nella ricerca di questo adattamento creativo tra sé e l’ambiente, ferite, delusioni, paure di morte.

Il bisogno di esplorazione

La relazione non sempre è in grado di contenere e soddisfare i bisogni e le necessità del bimbo. Egli pur mantenendo la tendenza alla relazione, comincerà a dar sfogo al bisogno di esplorazione, dirigendosi verso l’ambiente nel tentativo di cercare nuovamente la rassicurante sensazione di piacere. Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o insicurezza) interiore che il bambino sviluppa sono connessi alla futura capacità di auto-realizzazione.

La capacità di affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento, dipenderà proprio dal senso di sé che si è potuto sviluppare in questa fase della vita. Queste prime rappresentazioni di sè e degli altri significativi e delle reciproche interazioni assumono un valore regolativo e predittivo per le future interazioni e modalità di percepire sè e gli altri in genere. Il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono in funzione di tale relazione primaria. L’essere autonomo nella relazione, il divenire in grado di allontanarsi dalla famiglia sono strettamente connessi al senso di fiducia in sé, e ciò è più facile se si ha avuto una madre responsiva e non invasiva o invischiante. Da una buona esperienza di appartenenza si sviluppa una funzionale capacità di autonomia.

Il lavoro terapeutico

 Il lavoro terapeutico in questo contesto è utile per poter esplorare come creiamo le relazioni, capire quanto i nostri atteggiamenti siano il risultato delle esperienze di attaccamento e come poter ristrutturare i modelli disfunzionali per poter avere relazioni più sane. Ridefinire le nostre aspettative e i giudizi su di sé e sugli altri.

Io, Psicologa

Nel novembre 2007 ho iniziato a lavorare presso un’associazione onlus, come educatrice professionale, per svolgere attività di promozione dell’ autonomia e dell’integrazione sociale dei bambini e degli adolescenti affetti dal Disturbo Pervasivo del Comportamento Evolutivo. La laurea in psicologia, mi rendevo conto, non bastava per affrontare problematiche così difficili. Decisi di cercare una scuola di specializzazione che potesse fornirmi gli strumenti adeguati per accostarmi in modo più efficace e professionale alla psicopatologia. Frequentai un workshop proposto dalla scuola di formazione“ Società Italiana Gestalt”, e capii subito che era la scuola adatta per me e mi iscrissi. Mentre frequentavo il corso acquisivo una cassetta degli attrezzi contenente una vasta gamma di tecniche che applicavo su di me e nel mio lavoro con i bambini e adolescenti presi in carico.

L’osservazione fenomenologica, l’empatia, i livelli dell’esperienza mi permettevano di orientarmi nel rapporto con i miei ragazzini che mostravano deficit nell’area affettiva, sociale e scolastica. L’ascolto interno facilitava la relazione. Attraverso la griglia del ciclo di contatto, lavoravo sull’area personale e mi allenavo a individuare e rendere consapevole l’altro delle sue concrete risorse per la propria autoaffermazione. Il Ciclo di Relazione nel mio lavoro ha rappresentato un utile griglia di lettura per osservare i modi con i quali i ragazzi/e entrano in relazione e interrompono il contatto, le modalità di resistenza al contatto come adattamento creativo la cui funzione è quella di gestire un mondo difficile, che mi sosteneva nel progettare i miei interventi, individuare le aree che presentavano margini di miglioramento, e pormi nuovi obiettivi. I bambini ed adolescenti che ho seguito presentavano una bassa autostima, ricevono minori apprezzamenti e riconoscimenti sociali, presentano comportamenti auto e etoroaggressivi, difficoltà connesse al senso di frammentarietà dell’identità, al disagio che permea le relazioni, alla incapacità diffusa di gestire i sentimenti forti. La Gestalt Psicosociale mi ha fornito un metodo che definisce fasi e tappe del percorso in cui l’individuo sia motivato a consolidare il senso di autoaffermazione e di capacità di gestione delle relazioni.
La collaborazione con il “centro Maree” gestito dall’Associazione Differenza Donna, mi ha permesso di osservare la forza della resilienza­ , ovvero la capacità delle donne e bambini ospiti del centro di far fronte agli eventi stressanti e traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la vita che avevano ripreso in mano.
Tramite Associazione Scalea 93, dove ho svolto il lavoratorio su ” Arte terapia, immagine e pittura”, sono entrata in contatto con i pazienti affetti da disagio psichiatrico, ai quali va un ringraziamento per avermi fatto entrare nel loro mondo, tramite due tra i miei maggiori interessi la pittura e la narrazione.