L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, sul modo in cui l’alternarsi di successi e fallimenti è stato interiorizzato nei diversi momenti della nostra vita e si modella in rapporto all’immagine che gli altri ci rimandano, alle loro valutazioni più o meno comprensive e incoraggianti. Essa si crea nei primi sguardi amorevoli o ansiosi che riceviamo da piccole, riflette infatti in gran parte quanto ci siamo sentite amate e considerate nella nostra infanzia. La tendenza a consolidare un senso positivo di noi stessi e a mantenere un costruttivo rapporto con la realtà per quella che è, riguarda un’assoluta necessità che si radica nei primissimi giorni di vita e che proseguirà per l’intera esistenza.Il percorso verso lo sviluppo di una buona autostima prevede l’apprendimento consapevole della capacità di scelta e attenua la tendenza ad adeguarsi in modo passivo ai modelli sociali imperanti, all’ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni. Ha come obiettivo la conoscenza consapevole e cocreta delle proprie abilità e risorse.

Il percorso per accrescere l’autostima

Il cambiamento è lento e graduale, ed è favorito da tre fattori che in Gestalt chiamiamo “Confidence”, “Competence” e “Contatto”.
Confidence, ovvero stare in confidenza con, è il momento in cui riusciamo a stare in contatto con ciò che facciamo nel qui ed ora, dell’ascolto e dell’accoglienza dei movimenti interiori o esteriori impercettibili che ci guidano verso la consapevolezza autentica del sentire. In questa fase, tutti i livelli dell’esperienza ( il corporeo, sensorio, immaginativo, emotivo, cognitivo verbale) sono strumenti preziosi di guida ( Rametta, 1996)¹. Un giorno riproducevo un famoso quadro di E. Munch “Inger sulla spiaggia” che ritrae la sorella Inger seduta da sola sulla spiaggia della piccola città di Asgardstrand, luogo di villeggiatura di Munch. Il paesaggio sintetico ed essenziale di una notte d’estate, dai toni grigi e bluastri, la luminosità pallida del mare, l’espressione del volto della ragazza, statica e fissa, il vestito bianco e luminoso, la tenue luce estiva del nord, faceva emergere in me una malinconia generale e un senso di sospensione emotiva. La mia attenzione era rivolta ad un masso roccioso che si distingueva dagli altri per il suo colore più vivace e, nonostante la sua grandezza e corposità, restava a galla. Mentre dipingevo il sasso roccioso, emergeva come per magia, la mia sensazione di pesantezza. Su quel sasso avevo proiettato il mio stato d’animo, e come uno specchio rifletteva l’esperienza che vivevo in quel momento. Ero pesante ma non affondavo. Presi consapevolezza del mio bisogno di separarmi dalle relazione di amicizia che avevo istaurato con le ragazze con cui abitavo, per cercare una sistemazione abitativa più adatta a me e che avevo ancora la forza di reagire. All’improvviso quel sasso mise le ali.

Restare in ascolto con il dentro e il fuori, percepire le emozioni e le sensazioni di questa esperienza senza scappare in fantasie che generano ansia, può essere un ottimo allenamento alla “confidence” ma di per sé non è sufficiente per generare un cambiamento. La consapevolezza di ciò che si vuole, così come di qualsiasi esperienza, dirige, mobilità, incanala l’energia e focalizza le azioni per raggiungere un obiettivo. La Competence include la conoscenza consapevole e concreta delle proprie abilità e risorse. È la fase in cui ci addestriamo a mettere in pratica i nuovi strumenti e conoscenze apprese, in cui percepiamo che il cambiamento sta avvenendo e si sta stabilizzando. Ciò consente di poter simbolizzare nella nostra identità “l’essere esperta/o di…” e consolida il nostro senso di sicurezza. La terza fase riguarda l’abilità di aprirsi al “contatto” e alla relazione. In questa tappa, la possibilità di sperimentare nuove parti di sè in un gruppo terapeutico, di lavoro, la famiglia o amici, facilità il percorso di cambiamento. Il gruppo svolge la funzione di “cassa di risonanza”, ci offre la possibilità di verificare come questa nuova parte di noi possa essere accolta dagli altri. Riconoscere una nuova parte di noi vuol dire riconoscere noi stessi, riconoscere gli altri e, anche farci riconoscere dagli altri.

 

¹ Rametta F. 1996, I livelli dell’esperienza, Segnature, Roma